Da Quadranti del tempo, Genesi Editrice 2006
-I Gherigli- Collana di Poesia a cura di Sandro Gros-Pietro
attraversata da lievi fischi di rondoni
che si mimetizzano nel fogliame
come tenebrosi battiti.
Verso il faro della Maddalena
lampi di calore accendono l’aria
e spariscono nel nulla
per rinascere più lontano
gioco pirotecnico di fuochi fatui.
Rivedo le folgori di spente stagioni
cadere nel vortice di magiche fantasie
sfrenate corse su smemorati dorsali
nell’incoscienza degli anni felici.
Compagni dal volto sfumato
svaniscono su barriere di nebbia
nei calendari della vita.
L’amica dagli occhi luminosi nel sole
è fuggita da anni nel buio del silenzio
e talvolta nello sgretolarsi dell’estate
bussa alla mia porta in punta di piedi, senz’orma,
come sempre leggera e inafferrabile.
C’è un filo che vorrei spezzare
per ricongiungere il tutto,
il visibile e l’invisibile
nello specchio del cosmo,
ma la mano è incerta,
non afferra la cifra misteriosa
che sta dietro l’angolo,
beffarda e cangiante.
Oscillano i dadi su un tavolo
di furtive mosse
in una remota spiaggia.
*
Sullo specchio della finestra
dondolano i lumi
delle case alte della collina.
Il mare ondeggia inquieto.
Non voce d’uomo
né grido di uccello disperso.
Una stella cadente sfiora il ritmo del tempo.
Mi soffermo sulla battigia deserta
della mia solitudine
a interrogare infinite rotte
di pulsanti passioni
cancellate da una pioggia di cenere
su una linea di invisibili orizzonti.
In questa strana ora
marinai ridenti dal volto arso di salsedine
corteggiano ragazze dai capelli d’ombra,
scultoree nel vento.
Si sbiancano i lumi sulla collina
nell’agonia della notte.
Un peschereccio rompe il silenzio
e si perde in un barlume di spazio
anima leggera galleggiante su impercettibili segni.
Si dilatano i colori degli ombrelloni
in un abbraccio di trasparenze
sull’umido riflesso della sabbia.
Nello svelarsi del giorno
saettanti frotte di bambini
inseguono il multiforme capriccio della vita.
*
Il ragazzo veggente
evoca la lampada di Aladino
in uno sfavillio di prodigiose visioni
sulla piazza di Charleville
gremita di maschere
nel grottesco intreccio della scena del mondo.
Rimbaud sogna gli abissi del peccato,
le ambiguità delle alcove negli spazi
di arroventate città,
negli ombelichi di marcescenti vicoli
dove il sentirsi soli è l’unica condizione umana
e dal baratro del vizio,
dai paradisi di nere gigantesse,
di ermafroditi sottomessi e scaltri
scala la parete di cristallo
che sfonda l’eterno e annulla i sensi.
La fiumara di Cassis pervade le sue vene
con rutilante fragore,
il profumo di suadenti fiori
avvolge la sua divina fantasia,
mostri alati volteggiano sul suo capo
nel tumulto dell’ispirazione.
Viene dall’ignoto e va verso l’ignoto.
Talvolta nelle notti di chiarore
intravedo questo inquieto fanciullo
varcare la soglia di ibride tentazioni
e sfociare come ardente lama
nel fuoco che purifica.
Forse Rimbaud è l’idea della purezza
che ci portiamo dentro nel fango della vita,
forse l’Eldorado lontano
come il miraggio di deserte latitudini
su bianche sabbie nei vapori dell’infinito.
*
Cupole sfrangiate
d’antico,
arabeschi di guglie
nella nebbia che si lacera
in leggerezza di memoria.
Volano gli amanti
nella fantasia del vento
al vertice del sogno,
si dissolve l’intimo dissidio
in azzurra voce
di armonia.
Nel canto biblico
di accesi galli
un vecchio rugoso
come le ferite della terra
posa le mani
su un pane che si apre
in fuga di colomba.
Rabbrividisce la tela
inondata di soffio divino.
Un raggio di luce
attraversa il tremore
del tuo essere
e si colora di tenebra.
*
Capo Crues
nelle rocciose metamorfosi
di una deserta solitudine,
stracci di vita appesi al vento
negli albori della mente
tra scabri volti ombrati di vecchiaia.
Nelle calette abbandonate
concerto di grondaie.
Abbiamo reciso legami di pietra,
il confuso bazar di incrociati percorsi
nelle pagine di scucite ore
sulle orme di un’impenetrabile folla.
Immobili di fronte a un nudo mare
nella sfera di fuoco che trafigge
la brevità dei pensieri
ci teniamo per mano
come bambini impauriti
nell’azzurra fantasia
di attimi sottratti al dolore
in un volo impazzito di ali
sul vuoto dell’orizzonte.
Cadaqués assopita in oniriche visioni
rivive la follia di Dalì
nell’opacità del mondo.
*
Disegno nell’aria il tuo sorriso
esile come la rosa che si sta disfacendo
in un cielo di sangue
nel tremolio dei giardini dell’Alhambra.
Fontane e trasparenze di zampilli
graffiano la pietra umida di storia
nei delicati veli di donne
passate per sempre nel solco del tempo.
Un bambino cattura l’acqua
in un frangersi di specchi
stelle filanti nella malinconia
di un tramonto già lontano.
Il colibrì si affaccia alla vita
roteando follemente su una foglia di menta
vaporosa nell’obliquità delle sfere del giorno
prossime a cadere.
Ti guardo in controluce
nel timbro del guerriero stanco
felice accanto alla mia anima
profusa nell’inconscio di una antica giovinezza
immobile come l’Alhambra,
sfuggente come i sogni del mattino
nel profumo della rosa
alta sulla coppa dello stelo
guidata da un’invisibile mano
verso la fine di ogni creatura
nel respiro del tutto.
In una magica conca voci spezzate
idea di morte nel rinascere della notte
su palpitanti astri.
Ci incamminiamo smarriti sui sentieri del nulla.
*
Rivisitare Mozart
Nel buio si accende una scala musicale
e si allunga vertiginosa
verso il divino suono di Mozart.
Il fanciullo dalle ali d’oro
mima la vita in cascate d’acqua
nella luce dell’innocenza
in un rapimento di note
ancorate al mistero del tutto.
Rabbrividiscono i boschi,
le foglie respirano l’eterno,
le case nitide nel sole
riflettono i colori dell’anima
in un’azzurra metamorfosi.
Mozart cresce nel soffio di Dio,
nel lampo dell’intuizione,
terra e cielo in una panica simbiosi
di voci che sfiorano il sublime,
fragili nella traiettoria del volo
risveglio della natura e dell’uomo
che si libera del tragico macigno
a cui è legato.
Un frammento di Mozart evoca la palingenesi
dell’universo nella notte dei tempi,
su carovane di stelle assorte
nel tremolio di insondabili destini.
*
Questa sera galleggio nella mia tristezza
come un paesaggio di Durer disseminato
di macerie e di diroccati castelli
visioni raccolte
nelle arroventate strade del mondo
che convergono al capolinea.
La macina con il cavallo cieco
gira in un arido recinto
nella monotona ripetitività del cerchio
e non si sente il soffio dell’angelo
che annuncia il cammino.
Nella casa del vento una candela accesa
si consuma in lacrime di cera
unica fiammata nel buio degli anni.
Una strana sera è questa sospesa
tra la voce stridente dei secoli
soffocati nella morsa delle passioni e dell’odio,
a tratti folgorati da raggi d’amore
che scalfisce la pietra
e un presente che si inchioda al futuro
su una linea di smarrimento.
Ci tradisce l’attesa, vana chimera
dalle livide occhiaie
nell’arrembaggio del vivere.
Avvolti da un lenzuolo di mistero
camminiamo su una lama d’acciaio
nella voragine delle ore
appena sfiorando l’altra parte di noi
che è essenza di tutti
nel rombante imbuto di ogni giorno.
*
A mia madre,
in un barlume di crepuscolo.
Il tuo sorriso di polvere
nella nuvola dei capelli
giunge da inesorabili rive
alle soglie del mio disincanto.
Te ne sei andata verso deserti di cenere
in un giorno di fine estate
quando si avverte nel tremore dell’aria
il mutamento della vita
nell’incertezza del domani
pietrificata nel pensiero
come una morsa di dolore
che attanaglia la gola e intenerisce il pianto.
Amavi il vento, il profilo delle colline
nella tersità dell’ora,
eri solare come un fiore di luce
in una parabola di energia
che coinvolge l’universo.
Talvolta contemplando i muti oggetti
della tua breve stagione,
la collana di perle inquietante
nella sua fissità,
la spilla che disegna nel vuoto una spirale,
l’anello vivo nella penombra della sera
penso alla fragilità dell’umano esistere
che non sopravvive ai desideri
e alla fiamma dell’amore.
Nell’enigma del tempo trascorri lieve
sull’inconsistenza di velate brume.
*
Nelle albeggianti pianure della non violenza
orlate di fiumi che scorrono
verso la voce dell’oceano
sotto un albero di presagi
appare la magia di un uomo
esile come canna di bambù
ispirato nel silenzio del digiuno
dal grido dell’angelo
su deserti di morte.
Gandhi solleva i continenti
impietriti in un supino abbandono
nel magma di contrastanti rapine
e ci conduce nello splendore
dell’idea originaria
tra arboree chimere e liberi pascoli
nella calma di un’umanità vagante
sulla sintonia del giorno
rispecchiato negli astri della notte.
La sua ieratica figura si disperde
nel brusio della storia
attraversata da pesanti passi.
Scontiamo la biblica maledizione dell’Eden
nelle punte d’acciaio
di intelligenti ordigni
tra fameliche bocche dell’odio
grottesco Moloch su fili spinati
nel boomerang delle illusioni.
Folle di vinti segnano di piangenti croci
la spelonca del mondo.
*
Il bivio
Vivere la vita o pensare la vita?
Essere trascinati da un’orgiastica furia
nei gorghi del sangue che pulsa
come fiamma al vento
o sublimare i sensi nei torrenti
di acqua fresca,
negli squarci di cielo che al mattino
ancora terso ti accarezza lo sguardo
e illumina la leggerezza dei tuoi passi?
Amo la perfezione lucida come il diamante
e la notte intensa
nei suoi richiami maledetti
così umani nella lacerazione del mondo.
Amo il bambino nel suo inconsapevole slancio
e il vecchio rugoso, spento
nella sua desolazione di morte.
Mi sconvolge il grottesco impasto dell’animale
che è in noi
orfica spinta a salire la scala
di inafferrabili cieli
nei tortuosi meandri di un’incandescente sfera
che non ci appartiene,
avaro prestito concesso e negato
dalla cieca mano del caso.
Lucifero annegò la luce nelle tenebre
e rimase pietrificato nel gelo
della perdizione.
Musica strana la vita nell’orchestra dei suoni,
nel tragico salto in un fiume senza ritorno.
*
Questo universo che mi porto dentro
trapunto di inestinguibili chiarori
dorme nelle pieghe del mistero
e riflette gli infiniti linguaggi
del silenzio.
Una stella trasmigra velocissima
e si spegne sul bordo della fontana.
L’acqua gorgoglia in uno stillicidio
di note musicali che sostano nell’aria tiepida
e si smorzano sul filo della coscienza.
Ruota l’asse terrestre e lambisce
una luna di rame bassa sui tetti
dove si allungano tremanti ombre
creature della notte.
E’ l’ora del raccoglimento
in cui riconosci il tuo nascere
e il tuo morire,
l’ora della condivisione con l’Essere
che agita antenne di fuoco,
tangibile come accecante orma
nel palpitare del tempo.
In quest’ora che si sfoglia lentamente
verso le sponde dell’alba
ricerco sembianze svanite nel magma della vita
confuse su antiche traiettorie
nelle ferite della memoria che si perdono
nella voragine di giorni bendati.
Incombe l’universo con magnetismo di sfinge
nella scia di sperduti attimi.
*
Sul balcone del cielo
ho visto passare uno stuolo di anni
pellegrini avvolti nel saio
del dolore e dell’assenza.
Lentamente chiudo le persiane
ombra del mio silenzio
e mi assopisco nell’oscuro respiro del mondo
in un ondeggiare di muti fantasmi.
Domani coglierò inconsistenti fiori
nei giardini della memoria.
*
La vita è un libro di sogni
tra sconfinati enigmi,
luccichio di lama nel solco
di brevi amori,
Sirena di estreme spiagge
su mari oltremondani.
In questa dinamica del tempo
scandita dal rintocco dell’ora
ti consumi come fioca memoria
e ancora rinasci per disperderti
nella leggerezza della polvere.
