Chi sono

Utente: flymoon
Nome: Felice Serino
felser41@alice.it
Se avessi inconsapevolmente violato eventuali copyright vi prego di contattarmi e provvederò a rimuovere testi o immagini. Grazie.
***
Faccio una faticaccia a leggere i romanzi e la poesia “discorsiva” tipo poemetto; perciò ne faccio a meno. Prediligo il saggio e la poesia pura, “lirica”, quella per intenderci di Ungaretti Quasimodo Montale. Preferisco oltre a questi, Bevilacqua, Mussapi, De Angelis, Marotta, e tra gli stranieri, Tahar Ben Jelloun, Borges, Pessoa.
Per notizie sulla mia attività rimando alla pagina dell’11 giugno 2007 con cui ho aperto questo blog. Grazie a tutti e se voleste scrivermi, con commenti o privatamente, ne sarei più che lieto!
***
E' ESSENZIALE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
^^^
HO INCONTRATO PER VIA UN GIOVANE POVERISSIMO CHE ERA INNAMORATO. AVEVA UN VECCHIO CAPPELLO. LA GIACCA LOGORA.L'ACQUA GLI PASSAVA ATTRAVERSO LE SCARPE. E LE STELLE ATTRAVERSO L'ANIMA. (VICTOR HUGO)
^^^
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA è CADUTA ALL'INTERNO.
(JOE BOUSQUET)
***
SIEDI SOPRA UN SOGNO, E PENSI A QUANDO FINIRA', ROVINANDOLO.
(GIORGIO MEDDA)
***
LA MENTE E' COME UN PARACADUTE, FUNZIONA SE SI APRE.
(ALBERT EINSTEIN)
***

TUTTE LE PAROLE NON SONO CHE BRICIOLE CADUTE DAL BANCHETTO DELLO SPIRITO
(ANONIMO)




IL MISTERO E' QUELLA DIMENSIONE AL CONFINE DEI NOSTRI PENSIERI. AFFASCINA, INCANTA, IPNOTIZZA. CANTA AI NOSTRI CUORI, FA VIBRARE I NOSTRI SENSI. UN LUOGO DOVE SI RACCOLGONO I NOSTRI SOGNI, IMPALPABILI E LIEVI. DOVE LA MELODIA DEL VENTO TRASCINA CON SE' PROFUMI ANTICHI E SEDUCENTI. (ASTER)
***

L'UOMO MUORE NEL MOMENTO IN CUI I RICORDI PRENDONO IL POSTO DEI SOGNI
(EZRA POUND)
***


Registra il tuo sito nei motori di ricerca

QUESTO BLOG NON E' UNA TESTATA GIORNALISTICA IN QUANTO E' AGGIORNATO SENZA PERIODICITA'. PERTANTO NON E' UN PRODOTTO EDITORIALE AI SENSI DELLA LEGGE N. 62 DEL 7. 3. 2001.





La Mente e il Cuore



Poetilandia.com - Blog site poetico collettivo



AltraMusa, piccolo salotto letterario









Ascolto radio





  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visited *loading* times
sabato, 25 luglio 2009

SERENE VACANZE

postato da: flymoon alle ore 08:19 | link | commenti
categorie:

*Princess Fede a Joe Bradley: vacanze romane 2009**

Splinder (19/07/2009)   Mi stai aspettando, sto venendo da te. La mia mano sarà dove mi aspetti e dove non l'aspetti. Il tempo è mille e mille spasimi fra le mie dita. Io sono la tua luce, il tuo silenzio, sono te, entro in te sono la tua voce che mi riempie e ti risponde. Oggi piove, sto  correndo a capo scoperto sotto la pioggia. I romani mi guardano e sorridono: Singin' in the Rain Io ho Leggi ancora...
postato da: flymoon alle ore 08:17 | link | commenti (1)
categorie:
domenica, 19 luglio 2009

Uno scambio di e-mail (prima c'era solo quello
"epistolare") col mio amico Luca, infermiere al
San Gerardo di Monza.

- - -


----- Original Message -----
From: Luca
To: <felser41@alice.it>
Sent: Wednesday, June 24, 2009 7:27 PM
Subject: Luca Rossi_Monza

- - -

Caro Felice, questa notte mentre ero di servizio in

ospedale, ho parlato alla mia collega di te e delle tue

bellissime poesie che ho ritrovato e che le ho fatto leggere

sul blog.

Pensa anche lei che tu sia una persona stupenda.

Poi, parlando dei torinesi, le ho parlato di Gustavo Rol.

Conoscevo bene la sua persona. Le ho fatto vedere su You

Tube la sezione: Gustavo Rol -5a parte.

E' rimasta quasi turbata, ma non indifferente.

Un uomo che viveva contemporaneamente due dimensioni,

che poi di queste, una non è altro che quella che ricordi tu

nei tuoi versi.

Credo che non bisogna avere paura di ciò che ci attende.

Rol ce lo ha insegnato e ce lo ha dimostrato.

Noi siamo così limitati nello spazio e nel tempo che non

possiamo vedere ciò che Rol vedeva.

Ci chiediamo sempre che cosa ci sia dopo la morte, ma

non ci chiediamo mai cosa c'era prima di nascere.

Andiamo verso quella zona da cui siamo venuti?

Quando diciamo che in futuro forse rinasceremo, perchè

pensiamo sempre al futuro e mai a una rinascita nel

passato?

Lo spazio e il tempo sono dimensioni elastiche,deformabili.

La loro concezione per noi... limitata.

La nostra vita è veramente un attimo nell'immensità del

tempo.

Tu me lo hai sempre insegnato con i tuoi scritti ma anche

con la tua esperienza in astrologia.

E' bello averti come amico. E' bello sapere che sei sempre

amico di tutti.

Ciao.

Un abbraccio.

Luca

***

Caro Luca, grazie della profonda e bella lettera per email,

l'ho apprezzata  e letta più volte, per il suo messaggio dal

sapore d'eterno oltre il tempo e lo spazio. Si, Rol era una

persona "speciale", vedeva "oltre" dove occhi non vedono,

e viveva nello stesso tempo anche nell'Altrove, con poteri

per noi inspiegabili. Penso proprio che siamo destinati a

ritrovare noi stessi, la nostra parte da cui ci siamo staccati

entrando in questa morte-vita.

Grazie per aver fatto partecipe delle mie poesie la tua

collega, ma non è il caso di "incensarmi"!...e poi quando si

crede di sapere non si sa mai abbastanza.

Spero tu stia bene. Grazie di nuovo per pensarmi e avermi

scritto.

Un abbraccio,

Felice

***


Sai Felice, la cosa che mi ha più impressionato in questa

tua risposta è stata: "Penso proprio che siamo destinati a

ritrovare noi stessi, la nostra parte da cui ci siamo staccati

entrando in questa morte-via", che è poi la filosofia di tutto

il tuo scrivere.

E' una filosofia sapienziale, è il testimoniare di chi crede

che il ciclo vitale non ha inizio e nè fine, ma si trasforma,

come diceva Rol.

Torniamo da dove siamo venuti. Ma da dove siamo venuti?

Credo da una terra dove molti di noi si conoscevano già.

Non diciamo forse: "Questo è un dejà-vu?"

Io credo, e ne sono convinto, che molte delle nostre

amicizie che abbiamo fatto in questa nostra vita sono

niente meno che incontri di persone con le quali abbiamo

già avuto dei rapporti, altre nuove amicizie.Certo, non ci è

dato modo di testimoniarlo, perchè non ricordiamo le

nostre vite precedenti.

La tua, caro Felice, per me, non è una nuova amicizia.

Bene.Ci tenevo a comunicarti ancora una volta queste mie

impressioni, forse giuste, forse errate, ma sincere.

Ti saluto con un abbraccio fraterno.

In gamba!

Luca

postato da: flymoon alle ore 11:31 | link | commenti
categorie: amicizia, mistero, scambio

Riflessioni sulla raccolta "La difficile luce" , 2005 – di Felice Serino

Nostalgia immemore

Io penso che le nostalgie  che  trapelano  dai  tuoi  scritti  non  sono  nostalgie terrene.

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è… non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.

Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi. Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.
[lettera privata]

Andrea Crostelli


[copia di post eliminato (problemi di lettura)]

postato da: flymoon alle ore 11:29 | link | commenti
categorie:

postato da: flymoon alle ore 11:27 | link | commenti
categorie:

Kandinskji - viola dominante - 1934

postato da: flymoon alle ore 11:27 | link | commenti
categorie:

postato da: flymoon alle ore 11:26 | link | commenti
categorie:
sabato, 04 luglio 2009

Marcella Artusio Raspo - "Prova d'orchestra"

MARCELLA  ARTUSIO  RASPO

 

Da Prova d’orchestra

Bastogi Editrice Italiana, 2002

 

 

Dalla sezione Il Magma

 

Il mimo

 

Una patetica coccarda a pois,

lo sguardo attonito

in un reticolato di rughe infarinate,

mima lentamente il dolore della vita

come un fantoccio di gomma

dimenticato su un piedistallo

di figure grottesche sfumate

in un evanescente sorriso.

Teorie di spettatori fluiscono

e migrano in un velo di solitudine

su marciapiedi di alienata fissità.

Ai bordi della piazza

un’orchestrina ritma malinconicamente

una fuga di note

in una ossessiva ripetitività di gesti.

Il mezzogiorno incombe crudele

e lambisce storie già lontane

in un incastro di muri

persi nel logorio di ore vuote.

La nuvola di una sigaretta

scherma una silhouette di adolescente acerbità

e si perde in un’assorta trasparenza.

 

*

 

I cannibali

 

Come nei ritratti espressionistici

deformati da appetiti insaziabili

ho visto i consanguinei spolpare l’osso

sino al midollo

in un feroce delirio di istinti tribali,

oscurantismo di massa

coperto dalla viscida maschera dell’ipocrisia

nella Babele dei consumi.

Caino depreda Abele

prima di condurlo ai campi

dove pascolano i lupi

incancreniti dalla febbre dell’oro.

Branchi accecati dall’orgia del potere

vestono i rigorosi abiti del perbenismo

con volti lividi, bocche spalancate

e sguardi taglienti

ammantati di tollerante benevolenza.

Cristo salì sul Golgota

per la salvezza degli uomini,

ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità

e spazza via l’eco dell’estremo sacrificio.

La Rozza Bestia si aggira sulle rovine

Di turrite mura

E irradia il fuoco della violenza.

Il fiore dei campi aperti

a stento cerca un varco nella spaccatura

di un’arida terra

e respira di nuda luce nel deserto delle parole.

Si consuma nel marchio originale

il rito quotidiano della follia.

 

*

 

I camaleonti

 

Si mimetizzano come lucertoloni al sole

nell’essiccarsi dell’anima

e strisciano nelle quinte polverose

di un teatro di maschere tragicomiche

immiserite da un vaniloquente copione.

Si arrampicano sui palazzi di vetro

di un onnipotente dio,

truculento Mammona dalle cadenti mascelle

su un trono d’oro

ricoperto di serpentini orpelli

nel luccichio del mondo.

Scalano solitarie cattedrali

sulle aride colline del martirio

e brandiscono simboli

grondanti sangue e abbandono

come spade fiammeggianti

di luminosi messaggi.

Si insinuano nei labirintici corridoi

dei castelli di carta delle umane sorti

e creano mostri di ambiguità

vaganti nel deserto delle idee.

Su scoscesi versanti visionari profeti

puntellano frammenti di rovine

sparse sui selciati della desolazione

e dolenti figli della terra

scavano il solco della sopravvivenza

tra fragili radici di catartiche pulsioni.

 

*

 

Il caos

 

Un lavorio di stelle

magma incandescente nell’abisso del cosmo

regolato da invisibili fili,

fucina di Vulcano

nel vorticoso roteare di atomi intelligenti

affatica la materia e risucchia il mio essere

nella ciclicità di velate stagioni

scomparse su orizzonti di fuoco.

L’eco di lontanissime esplosioni

rimbomba nei cimiteri del nulla

e giunge attutita e buia

sulle sponde insanguinate

di questo inquieto pianeta

fiore del male

imputridito dalla cecità dell’odio

nella mostruosa solitudine

di nani e pigmei

stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,

polvere del deserto

nelle fumanti macerie del pensiero

oscurato da voraci tarli.

Lucrezio, voce ancestrale della poesia

armonizzò il caos

nella folgorante lucentezza del verso,

nell’eterno flusso della parola.

Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,

creature senz’anima

in un’intricata foresta di richiami

dal timbro stonato,

vuoto come pietra tombale

e trasvoliamo velocissimi

verso una linea siderale e fredda

che ci uniforma e ci accomuna.

Il pianto delle madri

nudo in neri velami

si eleva invano nella cavità dell’enigma

e sfiorisce in lontananza

nelle pianure del dolore.

 

*

 

Oniriche visioni

 

Statue sulfuree nello specchio lunare

guardano ambigue la piazza deserta

immersa nel bianco sonno invernale.

Un gatto scala i tetti

e sparisce nel nerofumo di un abbaino

in un flebile miagolio

indistinta voce della notte.

In lontananza sfreccia la leggerezza

di veloci sogni.

La città ci avvolge in una magica fissità,

pallido enigma

nei segreti di provvisorie vibrazioni.

Ti cerco in queste brume

che velano la dolcezza del tuo sguardo

nel furtivo sorriso

di un volto sofferto.

Ci amiamo nella solitudine

di vite intrecciate e spaurite

ignari dell’insondabile velo del destino.

Un verso querulo

nascosto tra il fogliame

giunge fino a noi

attutito dall’eco del tempo.

I palazzi dormono

nella fosforescenza del silenzio.

 

*

 

La veglia

 

Occhi di stelle nella vertigine del cosmo

spiano da remote lontananze

il mormorio della notte.

Crepitio di foglia sul vetro terso

della finestra

nella bianca corsia dell’inverno.

Sul viale rami spogliati dalla rapina

del gelo

si aprono come croci sospese

su un’attesa di redenzione.

Tutto tace.

La città si avvolge nei suoi silenzi,

nelle sue penombre di tristezza.

Negli ospedali fruscio di morte

su asettiche pareti.

Sguardi febbrili si spengono nel buio

sul filo dell’estremo traguardo.

Un bambino nasce, fiore purpureo

e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi

calpestati dai passi dell’alba.

Nell’isolamento della mia camera

ascolto il ritmo del tempo

dileguarsi nelle caverne del nulla

fragile voce nello stupore di velate piazze,

di palazzi addormentati

dischiusi ai segreti di incompiute parole.

Odore di neve negli inconsci labirinti

di estenuate veglie.

 

*

 

Inquietudine

 

Si è chetato il vento.

Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo

dei lampioni,

i tetti riverberano la pioggia lunare

nella calma del mistero.

Odo voci lontane, disperse, frantumate,

voci di delirio,

di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,

voci di donne vendute,

di coscienze rubate

nel dedalo di vie che si interrompono

dove la striscia dell’alba ingoia ombre incerte

di esistenze giocate sull’estro di una cieca fortuna.

Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,

ascolto il fruscio della notte

che fugge lontana verso cosmiche risonanze

nell’uniformità delle ore.

Cerco la tua mano nel buio dell’attesa

e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,

lieve come l’azzurra musica dei cieli

che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.

Una rosa sbocciata in un chiarore di neve

si inquadra sul limite del giardino deserto.

 

 

Dalla sezione L’Eco

 

Poiesis

 

Poesia, diamante solitario

su altura di roccia

nell’abbagliante luce dell’idea,

oscurità di spelonca

nei penetrali di una profetica Pizia,

marea montante nella tragedia del vivere,

quiete di lago

nella pausa di logoranti tumulti,

mi accompagni a sera

quando l’ultimo volo scompare

nelle nebbie del nulla,

mi insegui nell’ambiguo volto

della notte

quando gli impulsi si attenuano

in un nero strato di mistero,

mi illudi e mi abbandoni

come un amante capriccioso,

fuggi su sponde inafferrabili

e ritorni come onda di mare

che si placa nel grembo dei primordi.

Rimbaud, divino fanciullo

ti sconvolse con forza primitiva

e spense la tua eco

nelle orme di lontane terre,

creatura intrisa di canto

che trascendi il tormento della pagina,

fiore inquieto di Elisi

senza peso.

 

*

 

Notturno pavesiano

 

                                    A Cesare Pavese

 

La luna se n’è andata per deserte vigne

nelle gole del Belbo

a rischiarare anfratti dell’anima

e ha sommerso rughe di colline

declinanti nel sonno geologico dei Titani.

Tu sei l’ancestrale folgorazione della poesia

che appena sfiora deserti di egoismo

nell’indifferenza del mondo,

o forse sei il bambino che piange

nella spelonca degli avi

e tenta di afferrare segreti spazi

su lontani mari del Sud.

Nell’ora senza ritorno

hai ammainato le vele

per rifugiarti nei sogni del nulla

e hai piegato alla tua inquieta volontà

il filo della Parca.

Forse percorrevi altri sentieri

più impervi e rapinosi

nella progressiva omologazione delle menti.

Eri uno scalatore solitario

su pareti di vento,

un musicista di parole

orchestrate nella durezza della terra,

nella voce sottile dei pioppi

sul finire della sera

quando i lampi di calore

svelano il volto lontano

di angeli caduti.

 

*

 

Le ore spente

 

                             Consolatio ad matrem

 

La fontana muore in un gorgo oscuro

nello smarrirsi della notte

sulla quiete del vento.

Scricchiolio di ghiaia

in un lievitare di passi

nelle lande dilatate del tempo.

Parole d’ombra corrono sui sentieri

della memoria.

Nella trasparenza cangiante del glicine

cerchi la nicchia delle tue soste

quando smemorata nel torpore

di un’ingannevole estate

scrutavi l’enigma di misteriosi segni

su un selciato di solitudine.

La casa filtra il vuoto

tra rovine di muri e morti suoni.

La tua voce incolore

si avvolge in un velo di nostalgia

sul limitare incerto di una veloce parabola

e trascina nel buio polvere

di ore spente.

L’arco del pendolo tocca astratti spazi

su invalicabili confini di lontananza.

Mormora la siepe

e si richiude in un brivido di smarrimento

in un’alba muta come un pallore

di nuvola.

 

*

 

Il rintocco

 

Nei fondali della memoria

si apre il tempo, bianco, metafisico

con ali vibranti,

occhi impenetrabili

in una macchia oscura

come l’enigma delle galassie.

Al capolinea del tempo

teorie di supplicanti sostano spaurite

alla sorgente della Giustizia

e crocifiggono il vuoto

con remoti richiami.

In un’ancestrale vertigine

schiudo i miei sensi,

vigili, sofferti nel bagliore della percezione

e migro leggera come foglia orfana

su sottili trame di luce.

Un sotterraneo rintocco

martellante nella spelonca del dolore

disegna impercettibili fili,

consunti legami

in un tremulo gioco di visioni

e sfiora l’impalpabile polvere

di irraggiungibili dimore.

 

*

 

Il giardino della baronessa

 

Una stella,

scheggia errante di universi perduti

trafigge il fogliame di un albero

nel giardino sospeso su specchi di memoria.

La voliera dorme in un sussulto d’ali

nell’ombra sgretolata del muro.

La torre incombe nella dissolvenza del glicine.

Dalla finestra dell’abbaino

bianco di sogno

un adolescente scruta magmatiche sfere,

cosmici incendi

nei liberi spazi della coscienza

e si avvia verso ardite costruzioni

di matematiche formule

in una compenetrazione siderale

rapinosa come la sua mente.

Intorno tutto si acquieta nel segno

di impercettibili passi.

Il telescopio punta lontano

oltre la barriera del suono

e si avvolge nel cerchio delle galassie.

Quel volto puro come un cammeo,

scomparso nell’Apocalisse della guerra,

mi perseguita nelle ore oscure

e solleva il lenzuolo dell’imponderabile.

 

*

 

La bisaccia

 

Andiamo sulla bianca spuma del mare

che ci avvolge come un liquido amniotico,

attraversiamo sabbie incandescenti

di deserti che inseguono spazi metafisici,

sfidiamo coltelli acuminati di roccia

nel brivido di invisibili scalate

e ci portiamo sulle spalle

la bisaccia dell’ebreo errante

nella geometria del mondo.

Nessun sasso può sopire la febbre

dell’inquietudine,

nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia

la sfuggente essenza del vivere.

Sospesi su estreme latitudini

ci muoviamo in ambiti circoscritti

e vorremmo afferrare il cielo con la mano,

creature dimezzate tra visioni angeliche

e opacità di quotidiani inferni.

Inseguiamo idoli dai volti ambigui

su traguardi inconsistenti

come fiocchi di neve racchiusa

in un’ampolla.

Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.

Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti

abbiamo perso lo slancio vitale

nella tragica pulsione della storia.

 

*

 

Nude dimore

 

Si insinua nelle vene un’increspatura di mare

su lidi deserti

arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.

Il silenzio sfiora l’onda

che pulsa inquieta

e si perde nelle distese del nulla.

Tu cammini controvento

con i pugni affondati nelle tasche

orfane di sogni

in un cappotto troppo largo

per l’esile traccia di un’esistenza smarrita,

lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti

nelle rovine di vaghi castelli

regolati da remote meridiane.

La bilancia delle ferite inferte e subite

oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.

Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti

in questa spiaggia di ciottoli

levigati da un incessante sciabordio.

Un foglio di giornale vola leggero

portando notizie di vicende senza suono.

Solitari fantasmi seguono il vagabondare

di una sottile malinconia.

L’aria cristallina sferza sagome incerte

prigioniere di nude dimore.

 

*

 

L’attimo

 

Nella notte errante su occhi addormentati

di comignoli

mi smarrisco nel remoto linguaggio

delle stelle,

ora fievole come soffio incorporeo,

ora incandescente come magma inquieto.

In queste pianure velate

da impenetrabili nebulose

cerco la chiave che apre il sigillo

dell’eternità.

Un brusio d’ombra galleggia nella leggerezza

del nulla,

un frammento astrale percorre oceani

di buio

e svanisce in una traiettoria di spazi.

Trema all’orizzonte un annuncio di chiarore

e si polverizza nella musica del cosmo.

 

*

 

L’inconsistenza dell’essere

 

Come fumo nell’aria

ho consumato il sapore della vita

ricreandomi in altro.

Su un crinale declinante

verso sconfinati oceani di sabbia

attendo l’angelo della notte.

La parola si fa silenzio

nelle grotte dell’indicibile

e si richiude in anfratti d’ombra

nella fisicità del mistero.

 

 

 

 

 

 

 

postato da: flymoon alle ore 09:22 | link | commenti
categorie:

Luis Rojo_evolution

postato da: flymoon alle ore 09:19 | link | commenti
categorie:

postato da: flymoon alle ore 09:19 | link | commenti
categorie: