da ALBUM - Poesie dell'amore - di Giuseppina Luongo Bartolini
(Book Editore, 2005).
mio marito
in comunione di vita
Sola con le cicale mi lasci
e fra poco precipita la notte
Chi a me ti strappa a te stesso
ti toglie ed ogni cosa
rattrappisce il deserto fagocita
il silenzio e la calma improvvisa
Non di scelta né di abbandono
si tratta scompari
e ti conquista la luce più chiara.
*
Buio da buio né forma né moto
il granito del mondo mi contiene
e mi accerchia dove l’ariosa collina
di San Remo nel primitivo viaggio
tassello di un puzzle inviolato
nel comune passo di marcia
la violenza del giorno composta
tra le sponde sicure di un sogno
progettato la linea d’orizzonte che
tracciavi con ferma mano al nostro
essere in vita
Crollata la diga che ponevi al danno
certo della nostra giornata identica
alla cupa spirale dell’incerto non ho
che il silenzio l’inconsolabile
scommessa del pianto la sconfitta di
una fede costruita nel sangue sul tetto
d’una pelle mortale proiezione dell’
ombra che trascolora splendore
d’invisibile per l’unico momento.
*
La casa di campagna quella che a te
appartiene e ti vedo gigante
uomo della tranquillità in quel sereno
dei giorni e la teoria dell’esistenza
punto per punto crescita realizzata
vuoto contenitore di memorie
è tutta lì nel limpido scorrere dei giorni
in un abbraccio comprenderla nel vivo
albore di un mattino d’estate oggi mi
chiedo estirparle la forza del sogno in
proiezione di un improbabile domani
e la fede sincera nel progressivo
alternarsi della fortuna palpebra arcigna
d’un meccanico gioco se tutto depone
a favore se il lascito terrifico rientra nell’
ordine mutante del divino nella cupola
cupa dell’universo ingannevole.
*
Congiungimi alla barbabietola del campo
la verdura innocente banda di foglia larga
che si offre per fame e per tributo agli esseri
della terra condannati al sovrastare innocuo
del sovramondo stellare margine e lingua
di calpestio alla scarpa chiodata
Calami nel fondo radicale della piccola
pianta innominata Signore, nel novero dei
cataloghi di erbari misconosciuti
che il mio amore inveniva nelle scaffalature
degli antichi librai nella ricerca potrebbe
forse egli stesso ritrovarmi nel territorio noto
di un possibile sfondo per la sua mano pietosa
rinverdirmi e l’acqua delle sue lacrime di pura
ossidiana assolvermi in una nuova esistenza.
*
Ogni cosa toccavi nel chiaro
splendore dell’oggetto
il delicato momentaneo riscontro
col possibile: estrema vigilanza
e delirio nel lieve gioco del tatto
e lo sguardo ti rimaneva estraneo
il possesso e lontano come ogni
desiderio a lungo giostrato
rilanciato nei multipli riflessi
degli specchi al flutto di deriva.
*
Tenera la gentilezza dei mattini
il caffè del risveglio
sorridente comunione del giorno
spalancato sulla promessa del bene
fonda –ora- la notte che non tralascia
luce di stella riflesso di pianeta
e grezzo il sole rimane
incendio incenerito nel corto-circuito
d’un passaggio voltaico inavvertito.
*
Non aver fretta sei al tempo
infinito dell’universo
nessun’onda d’acqua o di vento
ti sollecita non dirmi che ferma
e conclusa è la tua storia
come la mia minuta piccola zolla
che una frana brulla scarnifica
sbriciola toglie scrimandola nella
sua forma originaria ridotta
impronta di una scarpa di gomma
E’ solo qui sulla terra il dono dell’
aperto e del chiuso l’eternità
risale un mantice di fisarmonica e
largo suona premendo i tasti divini
un angelo custode che in preghiera
raccoglie rinnova registri e respiri.
*
Chi si amò più di noi ?
Ruotava il disco del sole
sulla perfezione del Dio
nel merito delle sue età
il fanciullo l’adulto
i capelli imbiancati dagli
anni ma gli occhi dell’antico
celeste cielo brillante
curvo su noi coltre illuminata
dall’indicibile amore fissa
nell’unico momento della fede
giurata bussola direttrice
nell’oceano mutante del
riessere e nell’ineluttabile
frantumazione della caduta.
*
Spiegami la fioritura
e il declino
il mistero del nascere
e del morire il cedere
d’ogni cosa vivente e creata
al crollo della fine
tu stesso nell’altrove
dei mondi a me per sempre
perduto il caro viso
dolcezza dello sguardo
la dedizione del cuore.
*
Ho bussato al tuo corpo
al senza tempo dell’eternità
sul vuoto delle radici
nel vento che non s’abbarbica
al ramo lo stecco che non dà
foglia corteccia che più non
brucia al tuo corpo senza
rumore alla tua spalla priva
di consistenza e ti guardo
ti guardo muta pianura senza
mutamento accerchiata
da un campo di verdura.
*
In nessun luogo tu sei in nessun clivo
corso d’acqua isola dimora
nessun’aria respiri e disegno itinerari
di spazi e di parole
ora che illuse memoria e speranza in
un vuoto pneumatico m’aggiro tra i
fantasmi nei sogni muta rivolgo alla
pura risonanza del mondo il mio volto
oscurato di pietra e di giacinto.
*
Se la memoria è amore
sgomitolo al presente una sfera
di nastri lacci legamenti e scongiuri
nel vetro trasparente l’acceso della
tua rosa palpita insieme
al mio sangue
in un rapporto di cartapecora
scrittura sbiadita nell’incisione
della mia esistenza
Morte come sorriso
da vivo mi lasciasti in un saluto
nel cielo del tuo ultimo sguardo.
*
Mia forza mia volontà mia fortuna
la tenacia del cappio che trattiene
il grappolo d’uva al trave del soffitto
tu ora ti volgi mentre degrada il mio
aspetto di folle vagabonda
nel tormentoso sentiero delle domande
senza risposta la mia spettanza tradita –
ha la pergola un largo fogliame ombra
fuggente mi ricuci un vestito di brivido –
esige per diritto d’amore la contropartita
mi devi te stesso nell’obliqua curva
dell’universo nel mare di fuoco
laddove affonda la luce sorella dell’oscuro.
*
L’amore che mi sfianca la tua presenza
assenza in questa muta casa e
svanisci e mi richiama la tua camicia
celeste e vicino mi possiedi e m’innalzi
dal mio vicolo cieco nella distesa della tua
possanza alba e tramonto catena impervia
dei giorni nel lungo viaggio mi rassereni
e mi sbandi cirrocumulo sospinto dal vento
in alto in alto e tu imprendibile a me non
visibile mi tocchi e mi parli e mi conquisti
nella lacerazione della distanza.
*
Il cono indefinito del mio tempo
triangolo rettangolo che ruota al
limite del cateto si va chiudendo
nell’altezza del suo sigillo
Dalla circonferenza della base al
vertice la pianta del mio sangue
nel suo punto centrale asse di tutta
la mia natura cuore e midollo
mi fosti anima mia salutare e divisa
dell’esistenza chiusa e circoscritta
in trasparenza d’amore.
*
Se mare o lago o pozzanghera
specchio mi siete del mio secchio
si stelle e il caro viso perduto oltre
le lacrime e il venir meno del tenero
sembiante se mai t’avessi veduto
mai t’avessi incontrato e mai
la cara voce il tuo sguardo il sorriso
m’avesse aperto ai destini di madre
alle illusioni mirabili che innervano
staccionate di fortuna.
*
Un giorno o l’altro ti rivedrò
sulla soglia s’inonderà la mia
stanza di luce stringimi nel tuo
abbraccio che sa di latitudini
immense è quest’attesa di te che
mi convince nel guado
dell’assenza ad attizzare i fuochi
dell’inverno a farti posto sulla
panca del nostro cammino ad
approntare il pane l’acqua il sale
avrai attraversato le foreste del
gelo navigato sulle lastre del
ghiaccio dei mari estremi vinto
lo smeriglio dei deserti la libertà
dei venti e qui come una volta
la tua conchiglia ti tenga nella pace.
*
Quale la barca la nera vela e il
nocchiero nel traghetto improvviso
e le sponde amare dell’attracco
quale l’indefinita solitudine e il
nome nell’onda disincarnata e il
fardello della memoria e il
multicolore ricordo che sul
pontile si streccia disciolto si disfa
e lo trattiene nel vago della nebbia
che sale dalle acque l’ansa del porto
terrestre privato della sponda del
ritorno deposito dell’incalcolabile
vissuto e del terribile oblìo.
*
Hai segnato un’ora della notte
un varco sospeso nel viavai
degli angeli portatori nel punto
del non ritorno e della sparizione
degli atomi di vita è il momento
del deserere perpetuo che strappa
a brani falcidia la carne e lieve
la riconduce al suo essere nulla
Su quel ponte i visibili porti
delle nuvole aggregano macigni
di muraglie insormontabili soglie
dell’insonnia una bandiera d’aria
incolore gravita nel solco oscuro
della mia attesa e dell’appuntamento.
*
Ho navigato nel mare del mio corpo
nelle tue reti a strascico sterzando
tra miniere di gemme e di detriti nei
solchi dei fondali carichi delle sabbie
rivierasche e tu mio signore difensore
delle mie buone cause e del conforto
sereno nel tuo vascello scortandomi
un’amaca mi approntavi e del viaggio
il portolano infido nei colori sbiaditi
mostrandomi le secche e il gorgo delle
correnti che sotto il pelo dell’acqua
attirano le chiglie incatramate negli
irrimediabili vorticosi destini prescelti
da marinai avventurosi a sprezzo della
vita E leggevo nelle linee della mia e
della tua mano le eclissi del sole e della
luna il rotolìo fuggente delle stelle
nell’universo remoto e ti guardavo
negli occhi la ripida bellezza della gioia.
*
Fermalo questo treno su rotaie convulse
che si avventa alle spalle scivola sfrenato
alla tua rotta m’aggredisce sconvolta nel
ritmo sferragliante delle ruote Non ne
uscirò viva se il risucchio mi assilla al
viaggio periglioso e il veloce richiamo a
sponda della curva collinare il fischio che
scatena a cascate le foglie di gaggia e i
grappoli scamazza nel gonfiore del miele
mi riporta all’allarme del tuo rapido giro
di boa nel terribile vuoto che t’accolse e
mi privava di te proiettile sparato in una
selva in un frullo di passeri nello sbiancato
nodo dell’orizzonte e per sempre quel
vuoto nido cappa straniata del mio risvolto
precipizio e abisso senza misura spettro
indefinibile del mio trapasso mi contiene
e m’avvolge mostro del mio risveglio
pertinenza del disincaglio scontato dalle
maschere/nacchere che nascondono il verso
occulto del disegno contrastato dalla magìa
del sogno straziato che trapassa e rigetta in
catene roventi strettoie d’amore il misterioso
morbo clandestino della carne e la semenza.
Il vangelo della carne, 2008
[torinopoesia.org]
da: Parte prima / Poesie in pelle
dittico marino
I.
a picco sul mare ogni giorno il sole sulla terra
mentre rinunciamo ad afferrare le parole che ci piacciono e
rassicurano
raccogliamo noi in noi chini sulla sabbia compatta della spiaggia
rami secchi conchiglie spolpate e pezzi di vetro
li cataloghiamo nel nostro personale linguaggio mediocremente
scientifico
li sedimentiamo in vasi trasparenti sigillati da tappi di sughero
ci capiamo senza ragionare in queste corte giornate di vento a
piedi nudi
ci basta l'istinto l'intesa lo sguardo e il tatto
il resto del mondo resta in bilico ma le uniche notizie le scoviamo
tra le braccia
scolpite tra ossa e arterie setacciate nel sangue
emerse di colpo sul fiorire delle labbra
ad un passo dal ruggire delle onde che spazza via ogni tentativo di
fissità
II.
i piedi fasciati nelle scarpe che abbiamo comprato insieme
in una mattina di pioggia
sprofondano lateralmente nelle sabbie della spiaggia deserta
mentre il vento riempie le orecchie fessura le palpebre e arriccia
le onde del mare
grigi e blu minerali mischiati in un continuo pulsare d'animale
che non tace un attimo
accade e non di rado che la felicità si faccia strada in noi
quando la parola non ha modo di fluire
quando ci si bacia negli occhi e ci si tiene per mano
e si resta appesi al presente privo di lividi
*
da: Parte seconda / Vene maggiori e vene minori
sei un uomo che crede in un unico dio
sei un uomo che crede in un unico dio
figlio di una terra dimenticata e dalle radici in continua ricerca di
profondità
sei un uomo del mare rimasto senza pesci e senza fiato per tenere
stretto fra le mani
il rumore della risacca che si rincorre in cavalloni che percorrono
distanze maggiori
di quelle che separano i pianeti le costellazioni il cuore indurito di
due amanti tagliati in parti
sei un uomo spento nel cuore del vulcano
sei un uomo senza futuro e con un passato mozzato e sbiadito
sei un uomo forse che si è dimenticato cosa possa essere un uomo
sei un uomo senza arti senz'anima
le figure umane costrette dentro le cornici nere che adornano le
stanze della tua abitazione
dormi con gli occhi chiusi le rughe incarnate
le ciocche di capelli sfuggite ad un'idea vaga di ordine
sei un uomo che piange negli angoli nascosti dei castelli e dei
musei che visiti
sei un uomo che ama tradendo sé stesso e tradisce sé stesso amando
senza riuscire mai a tradire e nemmeno ad amare
sei un uomo che sente ridere i ricordi lontani che non ha mai saputo
raggiungere
sei un uomo che brulica in un abito di api intente nella piccola
misura del loro ronzare
sei un uomo che si consuma come il fumo di una sigaretta svanendo
verso il basso
o verso l'alto o verso un punto qualsiasi dell'universo
*
progetto architettonico per un acquedotto
la vita sgocciola e per quanto tu stringa perde sempre
quella goccia che nelle ellissi della luce sembra nulla
nel cubo di silenzio della notte scava a fondo
scuote i cieli e le profondità della terra
solleva i fondali degli oceani e ribolle il sangue
un'idea d'amore che non dà scampo
bracca la notte per annidarsi sotto cute e rifiorire il giorno
ti fotocopia al negativo
ti converte all'antica pratica del pianto per amore
a cui non avevi mai creduto
eppure se la vita tua può essere salvata
dipende anche dallo schianto della debolezza
dalle parole che scrivi la mattina sulla sabbia
a pochi centimetri dall'acqua
dal sapere abbracciare invece di fuggire
invece di uccidere
*
le legioni sguarnite dell'innocenza
I.
in anni lanosi di scorie o detriti che caricano le bocche e gonfiano
le pupille
ti abbandoni all'idea che il vuoto pneumatico che pompa le ore
del giorno e della notte
possa essere colmato e disatteso dalla compagnia occasionale
che sia possibile che da fuori qualcuno arrivi a stappare
per consentire lo sgorgo del mare nero che respira dentro le pareti
dell'esistere
in anni raccolti i segni di una cura inefficace
in anni ti percuoti a insistere nell'errore
in anni ti racconti storie che non convincono nemmeno le statue
nelle chiese
quando fra un passo e l'altro ti rifugi sotto lo sguardo pietroso di
una madonna di un san filippo o di un santo stefano
sedendoti in mezzo ai banchi vuoti
sui legni scheggiati dai secoli e dai silenzi di chi si pente
depositi monete che transitano dal buio delle tasche al buio delle
scatole
abbassi il viso e componi una preghiera laica
fingi di rivolgerti al signore o al detentore spirituale della chiesa
chiedi scusa goffamente
chiedi perdono e talvolta cerchi di dire qualcosa che sappia di
religioso
la cura dell'anima
la fuga dal vuoto della solitudine
passa per il silenzio delle stanze da letto
piuttosto che nel baccano confuso dei lamenti di due esseri senza
pace
guarda il nostro respiro dico contando le ossa del tuo costato
[...]
*
alle porte di san pietro
si dice che si soffra per amore
in verità si soffre per mancanza d'amore
per quel senso di distanza che s'innesta nel sentiero dell'impotenza
dopo una quaresima di morti bianche
innescate dall'abbandono alle leggi del vangelo della carne
a braccia a testate a morsi avrei abbattuto le porte di san pietro
e divelto mani e alabarde delle guardie che si sarebbero interposte
fra la mia rabbia e il centro della conoscenza che fa della
filosofia commercio di reliquia
non interessava contestare il potere
lividare il dubbio di un'epoca densa di contusioni
è chiaro che l'uomo è in fuga dalla decadenza
dal giorno stesso del concepimento
il sangue nascosto schizza dalle atroci convulsioni dei corpi
macchia di scuro il vortice dei pensieri che nel silenzio dei secoli
preme al fondo dell'anima
senza che se ne renda conto piuttosto di raggiungere la punta
delle lingue
una visione di mimi francesi e acrobati russi si inalbera
nel cuore del paesaggio
sul palcoscenico scarsamente illuminato
con una luce troppo chiara per rendere giustizia delle intenzioni
del regista
quelle vesti riutilizzate da un'antica rappresentazione del
riccardo terzo
emanano polvere ad ogni rilassamento nervoso
effetti che il pittore fatica a rendere nei giochi di ombre
del quadro a cui sta dando la caccia da anni
pensare da troppo tempo d'essere responsabili del proprio dolore
al di là di quello che altri dicono e compiono e azionano
si gira e dimentica il nome e il cognome con cui è stato
battezzato
un coro di vergini vestali della dea atena e un controcanto di
castrati romani
inneggiano al sacrificio che bisogna compiere per salvare sé
stessi da sé stessi
mentre da un pulpito giovanni sartori rispiega la politica per la
milionesima botta
le donne usano nuovamente dipingersi nèi finti a lato del labbro
*
testa contro testa
proprio non so perché nella tua testa ti dica che per noi il futuro
non può che essere di dolore
non c'è alcun merito nel ritrovarsi nel sangue di un'altra persona
nel sentirsi così chimicamente in fusione
come avviene in noi quando siamo insieme
e ora in questo momento vorrei chiudere gli occhi
e riaprirli lì accanto a te sdraiati nel letto insieme
l'una contro l'altro ad accarezzarci a dirci piccole parole senza
significato
*
da: Parte terza / I muri bianchi
sguardo miope di un discendente di galileo galilei
non raggiunge il silenzio qua carcerato
il tremolante gorgheggio del mare
ferito dalle lame del sole
che oggi illumina la distesa delle sabbie
le cinque pareti bianche che circondano
hanno perso presto la memoria della tua voce
le tue parole suicide su qualche foglio di carta
anche le tue foto riposano vuote
so che ti stai facendo divorare dal dubbio
dal torchio oliato del dolore
in una parte della città che non mi è concesso raggiungere
mormoro tra me e me il tuo nome
lo ripeto in chiesa quando riesco a trovare la forza di uscire fra la gente
ma a volte sembra che noi due non sia mai esistito
Splinder (18/11/2008) acrilico su ltavola 2008 ( cm. 040 x 080 ) con il contributo di Marie Paule De Ville Chabrolle Leggi ancora...