E tu a dirmi
lanciarmi anima-e-corpo
contro fastelli di luce
specchiarmi
nella sua follia
e tu a dirmi: Lui
-l'irrivelato-
nasconde il suo azzurro – è
lamento amoroso
da Lacere trasparenze, 2009
***
L’ angelo
noi lacere trasparenze
-sostanza di luce e di sangue-
a superare d’un passo la morte
solleva l’angelo un lembo di cielo
svela l’altra faccia del giorno
da Lacere trasparenze, 2009
***
Il lato oscuro
e se fossi stato
dell’altro sesso in una
vita precedente
e ne avessi perso
memoria?
(ipotesi remota dici – di certo
campata in aria) –
tendendo a tralasciare
junghiane profondità
scoprire come in un test
il lato oscuro del Sé
totale la parte
inconfessata (semplicemente
naturale) – la tua percentuale -
da Lacere trasparenze, 2009
***
Per metafore
a mimare un amore
anteriore a noi si vola
nel vortice della luce
“partire è la vita”
(farfalla
di fumo)
foglio bianco schizzato grido
da Lacere trasparenze, 2009
***
Dove piove musica
[a David Maria Turoldo]
ai confini del cuore
zona rischio lebbra
dov’è l’io
luogo-non-luogo dove
piove musica
rendimi bianco
come neve delle vette
voglio scrivere versi-preghiere
-emorragia azzurra cielo del mio sangue-
per glorificarti Signore
da Lacere trasparenze, 2009
Felice Serino
poesie di Rafael Courtoisie
da Casa de cosas (2003)
tradotte da Alessio Brandolini
in POETI e POESIA
Rivista Internazionale, n. 14 – Agosto 2008
*
LA CANZONE DELLO SPECCHIO
Pensa che non sono te, così non mi pensi.
Guarda da un’altra parte
guarda il mare, guarda dentro.
Non mi guardare. Pensa che non è vero
pensa che nel fondo ci sono pietre.
Pensa alle pietre: questo è un pensiero buono, stabile e solido.
Alle pietre che sembrano desideri, alle pietre del tempo
che sembrano anni. Pensa agli anni. Non guardare lo specchio.
Questo non sono io. È il tuo ricordo. È la melodia,
la musica dell’immagine che ti assomiglia. Non sono io.
Non sei tu.
Non è nessuno.
Pensa all’acqua del mare, al suo movimento, al suo peso.
Pensa all’acqua e non a me, pensa al pensiero
che viene e va, come uno specchio.
Ma non pensare allo specchio, spezza lo specchio
con una sassata, pensa all’anima dura delle pietre
alle pietre: loro sì che ti sono necessarie
con la loro fermezza, con il loro allegro peso
misteriose e serie: alle pietre.
Se lo specchio si spezza non sono io, non sei tu
non è nessuno, è la forza
del ricordo che affoga nello specchio, nell’acqua
asciutta dello specchio, la forza senza forza, la luce che si spegne
lo specchio spezzato ed io, la mia innocenza
che ti dice:
pensa che non sono te, non mi pensare.
*
IL CAFFÈ
“Olio mortuario”
lo chiamò César Vallejo.
Tuttavia il caffè è una parte della notte
la parte più sveglia, quella che s’allontana dal sonno
la parte tenebrosa.
Latte nero, il caffè, latte d’ombra, cibo per mostri
vino assurdo dell’autunno
acqua dell’odio.
Per stare svegli, per vigilare, per uccidersi
il caffè.
Liquido nero.
Nell’anima non c’è posto per la gioia.
Si prende il caffè, la sua veglia eretta
la sua voce rauca
il suo cuore nero.
Si prende il caffè, la sua efficienza.
Una tazza di caffè, una tazzina
un sorso.
Si beve il caffè. Una dose.
Il caffè. Un poco.
Al mattino l’urlo del caffè, il suo urlo scuro
al mattino,
quando bisogna svegliarsi
l’urlo del caffè
un gallo liquido.
Il suo canto nero.
*
LE ARANCE
Puttane tonde, palle
piene di fame sessuale, d’una luce sottomessa
senza tempo, d’una vita agrodolce
della passione idiota
d’alcuni scarsi momenti, dell’amore d’un minuto
dell’ombra, del sesso degli spicchi
del guscio.
Non assomigliano al sole, non sono come la luna
assomigliano al tramonto, assomigliano al vento
quando soffia sopra le rocce, quando parla il silenzio.
Hanno una virtù: sono pazze.
La frescura e il dolore si assomigliano.
Le arance dementi non hanno capelli, non hanno voce
non hanno sentimenti.
Le arance sono fresche, pazze e fresche
come il succo del pensiero.
*
ALL’ORA DI CENA
Nel coltello c’è energia virile, eretta e nella forchetta
silenzio assoluto.
Il tridente con in più un dente, la forchetta dialoga laboriosa
senza parole con il suono del coltello, lo aspetta,
attende che tagli
e lo corregge.
Più tardi, pieno di oscure verità, arriva alla bocca.
Il coltello taglia e la forchetta resiste.
Il coltello separa e la forchetta trasporta.
Il coltello affonda e la forchetta emerge.
Il coltello squarta e la forchetta raggiunge.
Il coltello urla e la forchetta singhiozza.
Il coltello penetra e la forchetta plana.
Il coltello è arma e la forchetta innocenza.
Sono due parole di metallo, ma diverse:
una secca e violenta, l’altra silenziosa.
Sono due parole di metallo, ma una uccide.
La forchetta mormora mentre il coltello ulula.
Il coltello è lupo la forchetta agnello.
Che c’è nel coltello da fare così paura?
Che emana la sua presenza, il filo delle sue idee?
In che consiste il coltello immerso
nel tempo del suo utilizzo?
E che rappresenta la forchetta che non si ferma?
Entrambi sono utensili dello stesso metallo
ma il coltello sembra più feroce
invece la forchetta si mostra quasi addormentata, appena sveglia
più dolce e soave nella carne misteriosa del metallo
più prudente e levigata.
Il coltello non dorme.
Nella vita queste due parole, forchetta e coltello
coltello e forchetta
s’incontrano
non riescono a staccarsi:
si cercano, si annusano, si amano
si odiano
sfiorano, palpano e strofinano le loro pelli
di metallo artistico, maschio e femmina.
La lattuga giace moribonda, mozzata
la carne sanguinolenta nel piatto.
*
UN BICCHIERE D’ACQUA
Bere un bicchiere d’acqua è un atto perfetto
pieno di violenza.
Bere un bicchiere d’acqua è uccidere la trasparenza
bere silenzio assoluto. Bere silenzio.
Bere è come vivere
bere acqua è morire.
Un bicchiere d’acqua è una parte assurda del tempo
senza suono, senza voce, un pezzo allentato
abbandonato, demente
dell’innocenza.
Un bicchiere d’acqua è una pietra della tristezza
la tristezza stessa sbriciolata, un canto della tristezza
il canto dell’acqua, la luce dell’acqua, il suo corpo
una lacrima viva.
L’acqua separa i continenti
i fiumi bagnano la mente.
Pensare un fiume è annaffiare il cervello
la vita che soffre
l’anima asciutta.
Quest’acqua, la vita che sta nel bicchiere
si spegne, come una luce, sulla lingua.
La bellezza inumidisce le parole
che nominano l’acqua.
E la sete spegne in un sorso la bellezza.
*
VOLO BASSO
Io voglio toccare gli occhi, il mondo
che si fa buio. Le putride
linee
della vita.
È tiepida la chioma d’un vetro?
Non hanno bocca?
Ognuno porta il suo lampo spento
la pietra di non esserci, sulle spalle.
Ma non parlerò più dei morti
parlerò delle proprietà del ferro:
gli avanza la fermezza e sogna oscuro.
È un metallo di terra
parco
non si ascolta
la sua voce che nel duro
permane
nella memoria delle cose
nella bocca dell’aria
il sapore del suo vino indurito.
Ma l’acido lo morde, l’acqua
finisce per lasciargli lividi,
minuziose
ferite incipienti.
Così cambia in aceto polveroso, in sale, in
niente del suo ossido d’autunno. Piove
sulla luna di ferro e questa pioggia
l’ascoltano soltanto i morti.
Quello che la poesia tocca, resuscita
*
ORDA
La moltitudine teme i cammini
le strade, le case
che la dissolvono.
Ci sono folle d’un solo morto.
Le cellule d’un tessuto.
Le fibre d’una trama.
I pezzi d’un mosaico.
Una detonazione, un solo sparo
all’alba.
*
ORO
E ora andiamo a cercare l’oro.
Guarda come brilla nell’acqua, nel ricordo, nella vita l’oro.
Brilla.
È sveglio come un pane. È contento. L’oro della vita brilla per
festeggiare. I cattivi della Terra s’ammazzano senza poter cantare, però
guarda come brilla.
È una luce, un osso di sole, una montagna che non vale nulla. E questo è
il buono.
I soldi sono una merda.
Guarda l’oro, la luce dell’oro caldo dei corpi, il punto d’oro che c’è nel
centro della donna, la punta d’oro che c’è nell’uomo, l’oro delle piaghe
dei minuti, il tempo che se ne va, l’oro in polvere, la polvere d’oro.
Poche cose sono così allegre come la luce del corpo, ed io la vidi.
Odio le ombre che si portano via il tempo, le bocche a granchio dei sicari.
Odio quelle bocche nere, l’invidia e la cupidigia, le chele, le mele
avvelenate, il calore del corpo di chi vuole di più quando ha già molto.
Poco.
È poco parlare della luna.
Guardate la luna. La luna è sveglia come un pesce. È nella mano del mare
come un pesce, nelle maree, solleva l’acqua come il grano di un pesce.
È poco.
Che c’è nel pozzo?
Probabilmente acqua, e lì ci sono gli istanti, lì si trova l’oro che sta
dentro il corpo, nella luce genitale. La luce è nella vita.
Prendiamo pala e piccone.
Già incontrammo la vetta, il giacimento.
SULL’ESSENZA DEL REALE
Amo ciò che non si vede. Soltanto nell’Idea, risiede il Reale; il tangibile e ciò che si percepisce coi sensi, è apparire, riflesso, velo esterno di una realtà invisibile.Sussulti di gioia mi dà il contemplare qualcosa di bello, di artistico, che aspira alla perfezione – si tratti di opera di Dio o dell’uomo -; mi emoziona non la cosa in sé (corruttibile), ma ciò che sta dietro, che vive dietro la cosa. Il cuore della “cosa”. Dove l’anima trova in se stessa la propria luce.
Il visibile, il contingente, non è che manifestazione, rappresentazione. Riflesso. (L’emanato = il relativo, lo speculare). La vera essenza è nel non-manifesto. Nell’Idea, nell’Indicibile.
Afferma Ida Magli (La Madonna, Rizzoli ’87): “Il nome è l’essenza. Le cose che esistono sulla terra sono copie dell’Idea che esiste in cielo”.
Sono cosciente che esiste un universo sottile, non manifesto, appunto, pur vivendo calato in un mondo più denso, dotato di una struttura concreta e di aspetti materiali. Pur sentendomi parte di questa realtà superiore, che mi unifica col Tutto, nella mia dimensione attuale non posso percepirla se non confusamente, come se leggessi una “visione” di Swedenborg. Di questa “realtà” posso possedere soltanto le apparenze, mai la sostanza.
Sentiamo, in proposito come si esprime Elémire Zolla nel suo volume Uscite dal mondo (Adelphi, ’92), citando il pensatore Arturo Reghini:”Reghini delinea l’esperienza centrale, l’estasi filosofica, cui più volte si dedicò, in alcuni articoli, specie uno a firma di Pietro Negri, sulla rivista “Ur” nel 1928: rievoca l’esperienza dell’immaterialità per cui ci si accorge che non si corporei,o meglio che il corpo è in noi, con tutte le altre cose, e tutto fa capo a un nostro centro profondo, abissale e oscuro […]. In questo stato la coscienza appare come una variabile e il corpo come una funzione. Si coglie spingendosi come in alto mare, anagogizzando, giungendola punto che in sanscrito ridirebbe di sandhya, contatto o interfaccia tra sonno profondo e morte: si diventa come pianta o pietra; come angeli si vede l’essenza del reale”.
Felice Serino