PORTARE SE STESSO COME UN VESTITO
(a cura di Luca Rossi)
1.
processo è la vita stessa
il soggetto si racconta
1.a
da acque amniotiche
(da matrice atomica)
gettato dentro il mare-mondo
2.
l'io: tanti io diversi: io-
metamorfosi (voci di dentro)
2.a
io sospeso spasimo io qui-e-ora
io fatto vertigine e sogno stato di trance
un esistere in limine)
2.b
io-onda io moltiplicato
da specchi e pure a sé ignoto
io mancanza vuoto
di braccio amputato
[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
Felice Serino
*
Immagini che appaiono furtive. Sensazioni che lasciano, alla fine, dell'amaro in bocca. Perché poi, al termine, ci si rende conto che qualcosa in effetti viene a mancare; che non si è completi (gli ultimi due versi lo indicano in modo chiaro; quelli attraverso i quali si chiude la poesia : "io mancanza vuoto / di braccio amputato".
Quello che ci completa, se ci completa, è la concezione, la presa di coscienza, che oltre il nostro limite non possiamo andare, perché è la nostra stessa essenza che ce lo impone ("da matrice atomica", cioè da materia limitata).
Pensiamo di nascere sapendo già ciò che diverremo, con delle pulsioni che vogliono plasmare il nostro uomo-interiore, ma non sempre indoviniamo.
Non è sempre così. Chi scrive lo sottolinea da subito con il sostantivo con cui apre il suo lavoro: "processo è la vita stessa".
L'uomo-interiore va scontrandosi con un processo di trasformazione obbligatorio.
L'uomo-interiore, gettato dentro il "mare-mondo" dopo la nascita, entra in relazione con il contesto che lo circonda.
Proviene da acque calde di donna che lo cullano (la madre-terra che lo genera) ma che lo fanno successivamente immettere (ed è già l'esperienza del primo trauma) dentro quello che sarà un vissuto più grande: il mondo, un mondo sempre in movimento, come il mare, il "mare-mondo", appunto.
Sempre pronto a essere confuso, sempre pronto a perdere, quando meno se lo aspettava (l'esperienza della stabilità nel grembo era durata tanto), i suoi confini entro i quali aveva costruito le sue certezze: pareti di un utero troppo stretto per essere solo la fine di un processo vitale.
Perché, come dice l'autore, processo è la vita stessa.
Quella che viene dopo, però; quella che si deve affrontare da soli.
Crollano i confini. Crollano le certezze: "l' io: tanti io diversi".
Subentrano i cambiamenti da cui non si può fuggire ("metamorfosi") mentre si ascoltano istanze primordiali che non riusciamo a vedere (" voci di dentro").
Trasformazioni che non portano alla certezza del dopo ("io fatto vertigine e sogno") ma al pensare solo del vivere presente e di una regione, uno spazio, in cui stare (" io sospeso spasimo io qui-e-ora").
In uno stato di trance si costruisce un'identità confusa, ma sempre in movimento, alla ricerca di una riva o di una stanza dove l'onda, sbattendo contro gli specchi, quegli specchi che appaiono sul finire della poesia, si moltiplica e si scompone in tanti frammenti che riflettono un'immagine interiore ancora ignota.
Sconosciuta ancora per poco: nella transitorietà che è nell'istante presente, come viene detto, si sente il freddo di una parte amputata.
Tanti "io" che vanno alla deriva (e dove altrimenti potrebbero andare le onde?) di uno specchio.
E' lo specchio che fa da anta al guardaroba dove si può trovare un vestito da indossare al momento opportuno, a seconda se essere o non essere, se volere entrare o meno in quel "mare-mondo" che sta fuori dal ventre.
Portare se stesso come un vestito: ancora una ricerca introspettiva, come guardare dentro alle parole che portano a credere che la poesia è ricerca del vocabolo che riscatta dal rasentare i muri della superficialità per correre in un vortice di sensazioni che solo il tempo ci permetterà di ricordare.
2 febbraio 1999
*
insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)
luce verde della memoria
scuote la morte:
il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile
Felice Serino
*
La luce ha bisogno di arrivare, come nel tunnel di una galleria ha sempre fame d'aria, di libertà, di spazi aperti, di correre fluentemente a gran velocità.
Non appartiene a nessuna sostanza (insostanziale) la luce: nella carne, nella materia, si oscura, perde di forza, di energia, si appesantisce… La sostanza del tempo / nel buio delle vene è universo / presto deperibile, ma la memoria salva dalla morte, riesce a rendere vivi avvenimenti passati (luci) di gioie irripetibili che sembravano perse. Si tratta di una memoria spirituale che non è cancellabile, bensì eterna.
La poesia di Felice Serino è di una brevità lessicale e concentrazione di significati unica. Se dovessimo catalogarla tra terra cielo e mare, diremmo senza dubbio che è una poesia di cielo.
Andrea Crostelli
POESIA ONIRICA
il sogno sfoglia
spirali di memoria
al lume di luna
disegna
il sonno delle rose
Felice Serino
Da La difficile luce, 2005
*
Critica di Luca Rossi
16.3.2004
Se il sonno fosse fatto solo di sogni senza profumi, sarebbe solamente l'immagine di una trasparenza che attraversa il reale, cadendo nel mondo dell'immaginario, senza lasciare traccia alcuna nella mente e nel cuore di una bellezza che credevamo estinta.
Ma Serino, con questa poesia, ci presenta un elemento in più che si associa ai sogni: quello di un profumo che sembra possiamo percepire quando si pensa alla rosa dormiente, come se la natura rispettasse dei ritmi: il sonno-veglia, il giorno che si alterna alla notte, il prima al dopo, il profumo delle rose fiorite a quello dell'aria priva di odori, quando il bocciolo è ancora chiuso e dorme il suo tempo.
Colui che sogna è l'uomo romantico per eccellenza, l'uomo delle passioni e dei contrasti.
E' il fanciullo, l'uomo adulto, il vecchio che dipinge, il pittore, il disegnatore che alla luce di una luna che lo sovrasta permane in quella parte di tempo in cui la realtà non esiste, nella morte-non-morte, lasciandosi traghettare verso lidi sperduti di solitudine, o spiagge di ricordi fatti di spirali di memoria, perché possa essere ricostruito anche un solo pezzo di attimo vissuto.
Ma ora è il tempo del sogno. Ce lo ricorda il poeta.
E' tempo che il dormiente disegni finchè vi è luce, e il sogno disegnato resti per sempre ricordo, dentro la notte, prima che il sole risalga gli ultimi gradini del terrazzo che si affaccia sul mondo.
Le rose sbocceranno quando il sole ne dischiuderà i petali: sarà allora che la loro essenza andrà definitivamente perduta.
Poi la rosa avvizzirà e sarà la morte, quella eterna.
La poesia di Serino è un omaggio ad una forma futuro-romanticistica della versificazione che ancora non è stata percorsa. Essa apre la strada ad un ermetismo dove si trova la libera interpretazione del verso, ma anche la possibilità di un'analisi all'interno di un contesto che forse potrebbe aprire la porta alla critica di un romanticismo futuro-prossimo, perché si affondino le radici di una nuova ricerca letteraria che lasci alle sue spalle il tradizionalismo di una ricerca fino ad oggi usata come mezzo interpretativo, aprendo gli occhi verso un'analisi di cui io però ancora adesso non ho ancora piena coscienza.
Breve commento alla poesia Sulle rive del mistero
di Felice Serino
*
fragile come i sogni
spaesa il cuore
di là del mare
tutta
una vita –
… finché lo spaesare
non si adagia
sulle rive del mistero
* frase presa in prestito dal mio amico
pittore-poeta-critico Andrea Costelli
Da Dentro una sospensione, 2007
*
… "Tutta una vita", e sì, l'anima è in cammino su acque tormentose-calme-fredde-calde, acque d'ogni specie, e non può smettere di camminare, di evolversi, di maturare e crescere per tutto l'arco del tempo donatogli.
"Lo spaesare" per paesi di mare, per mondi interiori è la sua natura. E quello che è mistero diventa scoperta, sicurezza, quando l'onda finale accompagnerà il nostro corpo sulla battigia. Sicurezza perché saranno le braccia di nostro PADRE-MADRE a raccoglierci e risollevarci per sempre. Scoperta e sicurezza perché il tuffo completo nell'Amore ruberà al mistero i suoi punti sconosciuti, e quell'ansia continua mista di paura per l'ignoto e tensione per il desiderio evaderà dal nostro essere come lo sporco dopo una bella doccia.
* *
[leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]
sotto un mutevole cielo chiuso
nel tuo grido di diverso
cresce la luce a cui vòlti
le spalle: voglia di sparire
dentro un sogno o restare
nell'ora dolce dei vivi
- mosca impigliata nel miele
Felice Serino
*
La difficoltà di accogliere la luce – quella non imprigionata dal sogno – la luce del tempo presente che mette in risalto il tuo aspetto di diverso. Sì, perché la luce fora la pelle, le ossa e giunge facilmente all'anima e illumina il tuo aspetto interiore di diverso.
C'è quasi una paura di mostrarsi e una paura di vedersi e non accogliersi. Scrivo a te Sandro, te che amavi tanto la vita e ti sei "impigliato come mosca nel miele", come uno che si butta e non sa frenare le sue passioni, come uno che trae dolcezza infinita anche dalle sue pene, dalla sensibilità che è dono e si riversa in poesia.
Andrea Crostelli