[ispirato dalle parole in apertura,
che mi hanno tormentato per giorni]
se nascere nella morte
è questa vita
breve sarà il vagare
nella tenebra della conoscenza
per noi apprendisti dell’Indicibile
avvolti
nella luce della Parola
legati da una promessa di sangue
a Chi ci tende nei secoli
le braccia aperte in forma di croce
da In una goccia di luce, 2008
*
confidare
nelle cose che passano
è appendere la vita
a un chiodo che non regge
è diminuirsi la vera ricchezza –
arrivare all’essenza –
lo scheletro la trasparenza
giungere dove ogni linea s’annulla
un brivido bianco… e sei altro
fiume che perde nel mare il suo nome *
* da un verso di Billy Collins
da In una goccia di luce, 2008
_ _ _
Le tue poesie seguono sempre una linea ascetica spirituale, sono una proiezione per inquadrare l’al di là. Potrebbero essere racchiuse quasi tutte in un unico libro.
Mi è piaciuto assai il verso: un brivido bianco… e sei altro.
Il riferimento alla trasformazione che riceveremo sia nella carne che nello spirito alla fine dei giorni terreni è in risalto e ben trasposto.
Chiaramente ti raggiunge anche il pensiero che già da adesso la vita si trasforma per chi tende a giungere dove ogni linea s’annulla.
Tra le braccia del Padre come il fiume tra il seno del mare.
Andrea Costelli [stralcio da lettera privata]
s’arresterà questo giro del mio sangue
lo sguardo trasparente riflesso
in un’acqua di luna
sarò pietra atomo stella
mi volgerò indietro sorridendo
delle ansie che scavano la polpa dei giorni
delle gioie a mimare maree
nullificate di fronte all’Immenso
allora non sarò più
quell’Io vestito di materia
navigherò il periplo dei mondi
corpo solo d’amore
in una goccia di luce
da In una goccia di luce, 2008
DOPPIO CELESTE
entrare nello specchio: esserne
l'altra faccia:
uscire dal sogno di te stesso
apparenza di carne tornata pneuma:
ri-unificarti col tuo doppio
celeste: il-già-esistente di là
dal vetro: tua sostanza e pienezza
[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
Felice Serino
*
Sono il modo del verbo, quello infinito, ed il significato dello stesso, cioè quello di "accedere a un luogo", che vengono sottolineati fin dall'inizio della poesia, che già ci portano a considerare l'aspetto introspettivo che i versi diranno di seguito.
E si è subito sul luogo della scena, senza premesse, in medias res.
Si è subito sul luogo del delitto (del proprio suicidio): in riva allo stagno, dove, tra breve,superato il primo verbo che apre la poesia, l'immagine di Narciso si specchierà chiara nell'acqua ("esserne l'altra faccia").
Non si arriva neppure a mettere in dubbio l'impronta fortemente narcisistica dello scritto ("uscire dal sogno di te stesso").
O forse, superato il primo verso, può essere che le parti non siano le stesse che la mitologia vorrebbe riproporre.
Può essere che l'oggetto (lo stagno, lo specchio, l'altra faccia) e la persona (Narciso e il sogno che lo rappresenta) si confondano, proprio come talvolta avviene nei sogni, dove ogni cosa può occupare posti e ruoli diversi, differenti:
Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s'era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno dicendo: "Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché era davvero bellissimo".
"Ma era bello Narciso?", disse lo stagno."Chi potrebbe saperlo meglio di te?", risposero le Oreadi." Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza".
Allora lo stagno rispose: "Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza".
(Oscar Wilde - Il discepolo, 1893).
Lo stagno e Narciso erano la stessa persona, la stessa cosa: ognuno di essi non vedeva l'altro.
In "Doppio celeste" si esce invece dal sogno per accorgersi che esiste una realtà, che è quella che lo specchio riflette, che poi è la stessa che, vista specularmente, completa la parte spirituale mancante nell'uomo, finché questa non viene raggiunta.
Solo passando attraverso lo specchio ci si addentra nell'anima e si vedono con distacco le cose che stanno oltre il sembiante, quando anima e corpo, corpo e anima si trovano già in uno stato etereo.
Nella lettura della poesia, prima di entrare nello specchio, si percepisce quanto l'autore voglia trasmettere che questa ricerca non sia stata del tutto casuale, ma che anzitempo vi era stato un percorso alla ricerca, appunto, del complementare; che vi era stata tutta una vita di riflessione a riguardo.
Ce lo sottolinea il modo in cui la poesia inizia, con quell' "entrare" scritto con la lettera minuscola, abitudine certa di chi scrive nell'aprire i suoi lavori, ma non in questo caso, come si potrebbe interpretare; un modo d'iniziare portato quasi a testimonianza che prima c'era dell'altro.
Ne seguono poi, nella costruzione delle strofe, un utilizzo dell'interpunzione rappresentata dai due punti ben evidente e ripetuta. Si tratta di spiegare ciò che il discorso iniziato, continuato, ora vuole dire.
Scelta oculata, originale, non casuale della punteggiatura unita al senso della poesia.
Dopo essere entrati nello specchio, al di là della sua superficie, al di là della superficie dello stagno, c'è la distanza, la profondità dello stesso, che aumenta quanto più eravamo distanti da quel "doppio celeste" già presente.
Narciso conoscerà la sua essenza solo quando lo specchio d'acqua lo attirerà a sé tramite il gioco perverso della propria immagine.
Noi lo faremo quando l'immagine dello specchio rifletterà un azzurro che si aprirà al di sopra dell'unico colore, quello nero, della morte.
Ma che la morte sia il vero senso con cui si chiude questa poesia è in dubbio.
Ciò che lascia questo dubbio è l'utilizzo dei verbi usati all'infinito (entrare - essere - uscire dal sogno): all'infinito cerchiamo la nostra complementarietà all'interno della vita e moriamo così tutte le volte che portiamo a termine questa nostra ricerca, e rinasciamo subito dopo.
Sembra che in questa poesia non ci sia vita, non ci sia morte, perché la ricerca dell'anima supera i confini del tempo e della storia.
*
Commento di Luca Rossi
6 dicembre 1998
ACCOSTAMENTI A "CREATURA" DI FELICE SERINO
(riflessioni, riferimenti personali ed altro)
CREATURA
mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano
Signore non posso
che offrirti il mio niente –
fragile creatura
ti devo una morte
Da Il sentire celeste, 2006
*
Quante morti, per non pensare a quella ultima, abbiamo reso a Dio?!… e, quindi, quante resurrezioni!
C'è un'intuizione strabiliante in questa poesia. Ovvero la figura della farfalla abbinata alla morte.
Qualche anno fa ho avuto il privilegio di seguire da vicino un ragazzino dodicenne malato di tumore (uno dei cancri più rari e tremendi).
L'ultima volta che l' ho potuto portare davanti casa, semi-seduto su una sdraio, ho assistito a questa scena. Aveva una piaga sul ginocchio sinistro e, mentre si stava meditando il rientro, un nuvolo di farfalle bianche (le cavolaie) andò a posarsi su di lui e a baciare quella ferita. Era coperto di farfalle, stettero in quel posto sacro, su quell'altare umano per minuti che sembravano eterni, prima di allontanarsi come uno sciame d'api venuto dal nulla.
Era il segno che stava per essere accolto, dopo la morte, da quella luce straripante che in quegli istanti particolari ci aveva invaso.
I giorni seguenti videro Samuele (così si chiamava) in coma. Un pomeriggio pensai che era il caso di portargli la comunione e pregare un po' insieme. In effetti si svegliò dal coma e pregò profondamente insieme a tutti i presenti (familiari e amici). Il mattino dopo sullo stradello che porta a casa sua trovai una cavolaia morta. Piombò dentro me il dolore della perdita assieme alla certezza consolante di avere un santo, ora presente, "solo" in maniera spirituale.
Le morti interiori a causa del male commesso sono l'offerta del nostro niente a Dio. Offerta per il rifacimento totale del nostro essere che cerca la vita nuova nella grazia.
La morte può essere intesa pure come liberazione dai pesi terreni, la zavorra che si stacca dal nostro corpo che acquista leggerezza e sale nel cielo pari a una farfalla e, delicatamente, va a cercare la mano che l'ha generato e vi si posa [per sempre].
C'è un altro significato che mi preme venga messo in luce. Quello che sta a dire: la mano del Signore mi ha salvato ora gli devo la vita (o meglio, quella gliela dovevo anche prima, ora gli "devo una morte".
Andrea Crostelli
* * *
Commento a:
IL MONDO LE COSE DEL MONDO, di Felice Serino
a padre Pio
il mondo le cose del mondo
ci devono scivolare addosso
come acqua – dicevi
mentre era un sorriso
interiore a illuminarti –
guaglio':
la casa del Padre è in fondo al tuo cuore
ma è il cuore
un campo di battaglia: a ogni giorno basta
la sua pena –
Da Il sentire celeste, 2006
*
Padre Pio parlava con semplicità di cose spirituali, ma c'è da lavorare, da togliere squame per andare all'essenzialità, per trovare sotto la carne tenera del cuore.
Ed il cuore è un campo di battaglia che gioca suo malgrado con le nostre falsità (falsifica il male per poi trovargli posto la mente/volontà distorta).
A ogni giorno basterebbe la sua pena e credo sarebbe perfetta letizia, ma si aggiunge un fardello troppo pesante sopra al cuore (il nostro orgoglio-egoismo) che soffoca i suoi veri battiti con un riverbero non più chiaro. La difficoltà del Dottore è quella di non poterti dire come stai, avendo tu interrotto il sistema di comunicazione via cuore che arriva come un segnale telegrafico non decifrabile. Bisogna cogliere allora il "suono allarmante" che indica il pericolo, la strada senza sbocco. Bisogna cogliere il lamento e risalire all'incrocio in cui abbiamo preso la via sbagliata.
Il cuore, in realtà, lo dobbiamo sentire da noi stessi – l'eco scandito dal suo battito, il pulsare dolce, soave, leggiadro che è lo stato di grazia al quale dobbiamo tendere.
Il sorriso che esce dal cuore.
Andrea Crostelli