CE STEVE NA VOTA NATALE
Natale è addeventato nu commercio
chi fatica p'appriparà 'o rialo
chi spia
'a via d''a pace
pe' tutte 'e pizze d''o munno
se nega 'a nascita
penzanno sulo 'e fa affare
ca portano 'a morte.
Pe' tutt''o munno
Cristo
adda purtà
pe' dono
'a natività
d''o Natale
ne fa carneficina
chi specula
'ncopp''a miseria
chi oramaje
nun aspetta cchiù a nisciuno...
FELICE SERINO
Traduzione di Luciano Somma
[sul sito: www.partecipiamo.it ]
Natale commerciale:
chi è impegnato
in confezioni-regalo
chi a spianare
la via della pace -
sotto ogni latitudine
si nega la nascita
con fiorenti business
di morte -
pure in quelle parti del mondo
sconvolte
dall'incalzare della storia
Cristo rinnovi
il dono di natività
...del Natale fa scempio chi
specula sulla miseria -
chi non aspetta più
nessuno
Felice Serino
A cura di Luca Rossi.
Novembre 2006
Il film di Cinzia Th. Torrini[1] (1998), inerente la vita di Iqbal Masih, non è altro che la storia di una vita riscattata da violenze e omertà su uno degli aspetti più inquietanti che legano le società ricche dell’occidente a quelle più povere, in un’asimmetria abissale dove all’interno delle prime i bambini portano con sé la dignità loro attribuita da leggi consapevoli del valore della vita, mentre le seconde utilizzano con il termine di “piccoli lavoratori” un eufemismo per celare un sostantivo ben più pesante, quello dell’essere schiavo.
Già, perché Iqbal Masih, insieme ai milioni di bambini schiavi sparsi per il mondo, concentrati soprattutto nelle zone del Bangladesh, del Pakistan, dell’India, del Nepal rappresenta la sofferenza di un’infanzia che segna i cuori di tutti coloro che si battono contro lo sfruttamento dei più deboli, in qualsiasi senso.
Venduto all’età di quattro anni dal padre, la regista ci narra la storia vera di un ragazzo pakistano, ceduto ad un fabbricante di tappeti senza scrupoli, al fine di pagare un debito contratto per il matrimonio della figlia. Mani distrutte per avere intessuto per dodici ore al giorno per sei lunghi anni tappeti raffinati, pronti per essere rivenduti nei paesi occidentali a prezzi elevatissimi. Piedi incatenati a un telaio per fare sì che nessuno dei piccoli lavoratori si allontanasse dal posto di lavoro, o rinchiusi da Hussain Kahn, titolare dell’azienda (se così la si potrebbe definire), nella “Tomba”, un pozzo privo di aria e di luce quando qualcuno disubbidiva o cercava la fuga. Le regole erano semplici, come ricorda uno dei ragazzi a Iqbal appena giunto alla fabbrica: 1) non è permesso parlare altrimenti verrai punito; 2) puoi fare una pausa di mezz’ora per mangiare ogni giorno. Se ci metti di più verrai punito; 3) se ti addormenti sul telaio verrai punito; 4) se sporchi la tua panca o perdi gli attrezzi di lavoro verrai punito; 5) se ti lamenti o parli con sconosciuti fuori dalla fabbrica verrai punito.
Iqbal fu l‘esempio vivente, ispirato da ideali di libertà, per tutti i bambini del mondo, ridotti in schiavitù, più che inserirsi nel lavoro nero. E più che di un film, quello della Torrini, è un vero e proprio reportage filmato che non ha fine, che non avrà mai fine, poiché lo sfruttamento minorile non è cessato di esistere.
Venduto per pochi dollari, Iqbal riuscirà con l’aiuto di un sindacalista, Eshan Kahn, presidente della lega contro il lavoro dei bambini -BLLF- (unica persona di cui fidarsi a dispetto della famiglia dove non avrebbe più trovato rifugio, perché sarebbe subito stato riportato al proprio aguzzino o della polizia locale corrotta essa stessa), a diffondere il suo pensiero e la sua voglia di vivere e difendere quanti hanno vissuto il suo dramma partecipando a varie manifestazioni, portandovi la voce di coloro che non avevano voce, in Svezia, negli Stati Uniti d’America, dove riceverà onorificenze e contributi, nonché una borsa di studio dalla Brandeis University, che gli consentiranno di progettare un sogno: quello di diventare un giorno avvocato per difendere i soprusi verso i minori, mentre nello scorrere delle immagini della Torrini, le telecamere inquadrano striscioni e cartelli di marce di bambini liberi inneggianti la scritta “Children are innocent!”.
Iqbal regalerà alla nonna non vedente, ma in grado di distinguere i colori dal calore che essi emanano, quasi un’energia vitale che attraversa l’anima, una semplice bambola di pezza che le aveva promesso anni prima, fino al giorno in cui, la domenica di Pasqua del 1995, all’età di tredici anni, il martirio segnò per sempre la sua vita.
Ucciso da un sicario che gli sparò in pieno petto (perché accusato con le sue pubbliche affermazioni di ridurre gli introiti attraverso lo sfruttamento minorile dell’economia illegale del Pakistan), sarà ritrovato su di una spiaggia, sulle lande di Chapa Kana Mill, nei pressi di Lahore, con legato ad una mano il filo di un aquilone volteggiante alto nel cielo, segno di quella fanciullezza che non poggia i propri piedi su di una terra corrotta, ma che si libera come ala nel blu del cosmo, tra nuvole bianche riflesse nel sole. Ma quel giorno il sole non doveva avere colore.
Mentre l’aquilone sale alto, la polizia scriverà a verbale: “L’assassinio è scaturito da una discussione tra un contadino ed Iqbal.”
Prima di essere ucciso, il piccolo uomo scrisse: “Non ho paura del mio padrone; ora è lui ad avere paura di me.”
Quello della Torrini lo si vorrebbe un film che appartenesse alla storia, come quelli girati nei campi di concentramento, ma non è così: resterà sempre attuale.
Accanto alle immagini della regista vi è però da aggiungere a mio giudizio ciò che ha da dirci la poesia in merito. Il poeta, come il cineasta, grida anch’egli il suo sdegno. Tra le figure contemporanee di poeti che hanno dato voce al dolore di Iqbal ne ricordiamo una per tutte: quella del poeta torinese Felice Serino[2], di cui riporto il suo dire in merito attraverso una delle più belle poesie di cui la prima stesura fu quella pubblicata su “Il Tizzone”[3]: “tuo padre ti vendette/ per pagare un debito/ inestinguibile// violarono la tua infanzia/ insieme all’innocenza di bambine/ costrette a prostituirsi// tra trame di tappeti e catene/ il tuo sangue ancora grida nei piccoli/ fratelli - sotto ogni latitudine// ma la tua ribellione ha creato/ un precedente: una forza/ dirompente a svegliare coscienze// per un più umano domani.”
Ripresa e rielaborata in chiave diversa la poesia apparve poi premiata in vari concorsi nel seguente modo:”come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni// tra trame di tappeti e catene/ ancora grida il tuo sangue nei piccoli/ fratelli – il tuo sangue che lavò la terra// quel mattino che nascesti in cielo – dimmi -/ chi fu a cogliere il tuo dolore adulto/ per appenderlo ad una stella?”
Entrambe le espressioni d’arte esprimono, ciascuna a modo loro, il pensiero cosmopolita di chi
ha voluto testimoniare con i suoi verdi anni una fede universale.
[1] Cinzia Th. Torrini nasce a Firenze nel 1954 e si trasferirà a Monaco dove si diplomerà alla scuola di cinematografia. Dopo avere girato alcuni documentari e cortometraggi, esordirà con la pellicola “Giocare d’azzardo”, riscuotendo a Venezia nel 1982 un notevole successo da parte della critica. Seguirà nel 1986 la produzione del film “Hotel Colonial”, mentre nel 1996 parteciperà con altri quattordici registi alla produzione di “Esercizi di stile”.
Per la televisione Cinzia Th. Torrini ha partecipato alla realizzazione di “L’ombra della sera” (1984), “Dalla notte all’alba” (1991), “L’aquila della notte” (1993), “Morte di una strega” (1996), “Iqbal Masih” (1998) e “Ombre” (1999).
[2] Nato a Pozzuoli (NA), F. Serino vive a Torino da operaio metalmeccanico, oggi in pensione. Ha pubblicato i seguenti volumi: “Il Dio-Boomerang”; “Frammenti dell’immagine spezzata”; “Fuoco dipinto”; “La difficile luce”; “Di nuovo l’utopia”. In proprio ha editato: “Delta & Grido” e “Idolatria di un’assenza”. Ha collaborato in vario modo con il periodico “Il Tizzone”, “Omero” ed altri. Maurizio Cucchi dice di lui: “F. Serino dimostra notevole esperienza, destrezza e buone letture, non solo poetiche. Conserva residui avanguardistici ma cita anche Bartolo Cattafi e si ispira qua e là ad Andrea Zanzotto.”
[3] Poesia apparsa sulla rivista letteraria “Il Tizzone”; editore Alfio Arcifa - Rieti 1999.
Da “Il tempo della luce”
[per gentile concessione dell’Editore, che sentitamente ringrazio.]
Un cielo lontanissimo da noi, dove brilla una luce assoluta. E quaggiù noi, nella tenebra, vittime di angeli diventati demoni. A metà strada presenze celesti, angeliche. Noi siamo liberi di scegliere, ma dal cielo vogliono che scegliamo certe cose e non altre. Allora organizziamo un complicatissimo sistema di condizioni per fare in modo che la volontà – libera – di alcuni faccia compiere loro una serie di scelte – libere – in modo tale da ottenere il risultato voluto. Il nostro libero arbitrio può dunque essere messo nella condizione di optare per una soluzione data? Come se fosse una palla di avorio libera di muoversi in tutte le infinite direzioni del piano, ma posta su un piano che altri possono inclinare? Esiste una struttura celeste che influenza le cose terrestri? Una volontà può ancora dirsi libera quando la probabilità che opti per A anziché per B è prossima allo zero, anche se non è zero?
Nel romanzo di Harry Mulisch La scoperta del cielo (Rizzoli) tutta l’azione si regge su questi interrogativi. Dal punto di vista romanzesco sembra davvero che la nostra libertà sia talmente condizionata da un sistema di vincoli di complessità elevatissima che non ha possibilità di spuntarla. Eppure la probabilità diversa da zero resta una cosa distinta dall’impossibilità. C’è qualcuno o qualcosa che può influenzare le nostre vite, qualcosa che può leggerei nostri percorsi prescindendo dal tempo, qualcosa di simile a un punto di vista assumendo il quale potremmo vedere dispiegato ciò che chiamiamo destino? Se c’è, è un punto di vista superiore al nostro? E se è superiore al nostro, lo è anche nel senso che è un punto di vista situato allo zenith? Nel cielo?
Uno che racconta una storia è una simulazione ben approssimata a questo punto di vista verticale? Che differenza c’è fra chi racconta una storia e chi ascolta la storia raccontata? E fra entrambi loro e i personaggi che vivono dentro la storia (che sono coloro a cui la storia “è capitata”)?
Non è privo di interesse ricordare questo: il narratore che sa ogni cosa (che legge nei pensieri dei personaggi, che conosce il loro futuro, che vede come già accadute le loro scelte) è stato chiamato, con una terminologia che sembra tecnica ma forse non lo è, narratore onnisciente. Chiediamoci ora se esistono narratori onnipotenti e narratori onnipresenti. Se esistono, allora nella figura stessa del narratore dovremmo andare a scavare ben più di quanto non siamo soliti fare. Intanto possiamo leggere le loro storie con questa ipotesi di scavo allertata.
Lettera da un amico
- non serve voltarsi indietro - mi scrivi -:
se metti in conto i limiti
le morti contratte le paure
passate e avvenire se porti in cuore
sventrate lune albe-capestro
se non ti esponi per
puro calcolo non fai
che raccogliere i frutti d'una vita
spesa male: presto
essa ti presenta il conto -
deve questa vita
restarci nelle mani: dare tutto
se stesso a perdere arricchisce:
amare non è forse una scommessa?
dici (e la parola è bisturi): percorri
lo stretto marciapiede a lato
del cuore: nel profondo di te nel buio
di stelle calpestate ascolta il grido
verticale
che da caduta può farsi preghiera
- Da Fuoco dipinto, 2002 -
Luce al tuo passo
se il soffrire non coniughi
con l'amare è un niente la vita - avrebbe
detto simone weil
- buconero-in-buconero direbbe einstein
(dal crogiuolo del dolore guardare
oltre il visibile oltre
l'io - schermo di carne)
ma più in là tu non vuoi vedere - solo
cattiva stella che graffia l'azzurro del tuo cielo
(ed è gioco perverso pensarla
nel tuo codice iscritta):
credi: è per risorgere che in te
sperimenti l'abisso: impara a guardare
il sole: esci dalla platonica caverna
- ascolta: non esiste solo nelle favole
il tuo angelo: egli da dietro il velo
del tempo è luce al tuo passo
perché vivibile sia questa vita: perché batta
nel sangue un tempo tuo - rotondo
(non sai che della polvere dei sogni
son fatte le sue ali?)
il tuo angelo - se vuoi - sarà simile
a emanazione di luce / visione
di blake:
attiva il terzo occhio - sii come
la clorofilla che si nutre di luce
- Da Fuoco dipinto, 2002 -
Pasqua
(un pane spezzato
come sepolcro
aperto)
duemila anni
imbavagliano
i giovanni battista della storia -
(duemilanni:
cauterio di coscienze
+ tempo
scheggiato agli orli dell'anima
= vertigine aperta
per una pace consumistica
da cui nascono lune
di sangue & colombe
di plastica per l'illusione di bimbi) -
ha rinchiuso il sepolcro
un masso
di duemilanni rotolato
dal vertice della storia d'uomo
("grideranno
le pietre")
- Da Delta & grido,1988 - edito in proprio -
Dall'immagine spezzata
ricomporre i frammenti vuole tempi
lunghi: risalendo dall'immagine
spezzata fino all'ultima ferita
in un solo grido rivivono squarci
d'identità i fantasmi che furono te:
per poco:
li inghiottirà una fuga
di luci la città verticale
allucinata: la sua bava
di ragno che tesse latitanze
- Da Delta & grido -1988, edito in proprio -
Felice Serino
La vida es sueno?
con calderon * dici la vida
es sueno mentre ti dibatti
in un non-tempo onirico:
sorveglia ogni gesto
un testimone interiore / custode
del sogno - e se nel saperti
forma vuota volessi
uscire dalla vita
non c'è
grido o sussulto che tenga
* Calderon de
- Da Fuoco dipinto, 2002 -
Deus absconditus
(sempre a metà strada noi: sempre
nella terra di nessuno: il
fratello oscuro che s'agita nel sangue
(lato
notturno dell'anima) che mima
il dolore del cosmo
attraversando la valle della morte
penetrati da tutto il freddo del mondo: immersi
fino all'ultima fibra dell'essere
in un dramma da consumarsi fino in fondo)
il Dio che sta dietro le apparenze: il Dio
sconfitto nella storia Dio-del-paradosso
che vince con la debolezza - il Totalmente
Altro: l'increato (ab aeterno) che si
a u t o l i m i t a
per recuperare la sua potenza alla
fine dei tempi - grumo di vortice d'astri –
- Da Fuoco dipinto, 2002 -
In fondo agli specchi
(a J. L. Borges)
in un moltiplicarsi di specchi (fuga di
nascite e di morti)
imprigionata è la luce
dei tuoi déjà vu -
s'odono se ascolti i sordi
tamburi del sangue
in fondo agli specchi dove si
legge l'eterno ritorno (la vita
ci misura) - lì è il centro il mondo
rovesciato: il tuo aleph -
la chiave l'enigma
- da La difficile luce, 2005
I lati del volto
tra reale e apparente l'ovale
del volto che ti guarda dal fondo
dello specchio di un locale fumoso -
il non poterti vedere come gli altri
ti vedono - l'altra parte di te l'inespressa
forma che puoi immaginare assumere
nell'aldilà - (scorgerti di spalle o
spiarti di sbieco è perverso
gioco di hyde - incontro con l'Ombra)
- da La difficile luce, 2005 -
Felice Serino