OCTAVIO PAZ
TRA ANDARSENE E RESTARE
Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.
Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Il battito del tempo nella mia tempia ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissolve l'istante. Senza muovermi
io resto e vado. Sono una pausa.
*
AUTUNNO
In fiamme, in autunni incendiati,
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta,
tocca il suo centro e lo sorprende
nella luce che ride per nessuno:
quanta bellezza sparsa!
Mani ora cerco,
e una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un'ala,
celesti frutti della luce nuda.
Dentro me cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscuree delicate,
labbra che sognan labbra,
mani sognanti uccelli...
Qualcosa che s'ignora e dice "mai"
cade dal cielo,
da te, Dio, mio avversario.
(traduzione Francesco Tentori)
*
da: PIETRA DI SOLE
... vado tra gallerie di suoni,
scorro tra le presenze risonanti
vado per trasparenze come un cieco,
un riflesso mi cancella, nasco in un altro,
(...)
vado pei tuoi occhi come per l'acqua,
le tigri bevono sogno nei tuoi occhi,
(...)
vado pei tuoi pensieri assottigliati
e all'uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo...
*
SPARO
Salta la parola
innanzi il pensiero
innanzi il suono
la parola salta come un cavallo
innanzi il vento
come un vitello di zolfo
innanzi la notte
si perde per le vie del mio cranio
dappertutto le tracce della fiera
sulla faccia dell'albero il tatuaggio scarlatto
sulla schiena del muro il tatuaggio di ghiaccio
sul sesso della chiesa il tatuaggio elettrico
le sue unghie sul tuo collo
le sue zampe sul tuo ventre
il segnale viola
il tornasole che gira fino al bianco
fino al grido fino al basta
il girasole che gira come un ahi scorticato
la firma del senza nome lungo la tua pelle
dappertutto il grido accecante
l'ondata nera che copre il pensiero
la campana furiosa che suona sulla mia fronte
la campana di sangue nel mio petto
l'immagine che ride in cima alla torre
la parola che fa scoppiare le parole
l'immagine che incendia tutti i ponti
la scomparsa a metà abbraccio
la vagabonda che uccide i bambini
la idiota la bugiarda la incestuosa
la cerva inseguita
la mendicante profetica
la ragazza che nel mezzo della via
mi sveglia e mi dice <ricordati>
*
PIETRA DI SOLE
(frammento)
tutto si trasfigura ed è sacro,
ogni stanza è il centro del mondo,
è la prima notte, il primo giorno,
il mondo nasce quando due si baciano,
goccia di luce di visceri trasparenti
la stanza come frutto si socchiude
o esplode come un astro taciturno
e le leggi mangiate dai topi
le inferriate delle banche e delle carceri,
le inferriate di carta, le reti,
i campanelli e le spine e gli aculei,
la predica monocorde delle armi,
lo scorpione mellifluo col berretto a quattro punte,
la tigre col cilindro, presidente
del Club Vegetariano e della Croce Rossa,
il somaro viscoso, il coccodrillo
che fa il redentore, padre di popoli,
il Capo, il pescecane, l'architetto
del futuro, il maiale in uniforme,
il figlio prediletto della Chiesa
che si lava la nera dentatura
con l'acqua benedetta e prende lezioni
di inglese e di democrazia, le pareti
invisibili, le maschere marcie
che dividono gli uomini dagli uomini,
l'uomo da se stesso,
precipitano
per un istante immenso e scorgiamo
la nostra unità perduta, la mancanza di difesa
che significa essere uomini, la gloria che significa
[essere uomini
e spartire il pane, il sole, la morte,
la paura dimenticata d'esser vivi.
ALDA MERINI
COME HAI FATTO TU AD INSOZZARE GLI ANGELI?
[versi dedicati ai piccoli Brigida per ricordare, con amore]
Nel cielo della mia innocenza
quando ero bambina, un tempo
e avevo oscuri miraggi
di solstizi e feluche libagioni,
una mano di nebbia
scolpì il dolore
sul mio povero volto.
Era la mano di un uomo
che avevo baciato nel freddo
di un puro inverno.
Allora le rose hanno camminato
e sono scivolate sui pendii.
Oh come hai fatto tu
su quel corpo ricciuto
appena fresco d'infanzia
a tessere il metallo
della rapina
e come hai fatto tu
ad insozzare gli angeli
con mani macchiate d'olio.
Il nome benedetto di Padre
ha dato sangue alla polvere
degli occhi ancora chiusi
alla vita.
La loro altalena
che era appesa tra i rami,
ahimé indelicati,
rami senza finestre
vite senza discorso.
Il delitto è senza parola,
ma come l'amore
è muto e senza vergogna.
Oh Dio perché l'amore
e il mito hanno
la loro sostanza.
Perché Dio, ami il fiore
e l'assassino insieme.
Che tu sia maledetto Padre
se hai usato le dita
cibo dei semplici agnelli
per toccare le rose della canizie.
I bimbi sono canuti
perché sono saggi
come i vecchi fanciulli.
Tu non sai quanto miele
avrebbero dato
le loro labbra
nelle notti d'amore
non sai cosa vuol dire il vino.
Che tu sia maledetto
oste bugiardo che hai bevuto
il sangue dei tuoi fanciulli
nella disgrazia delle tue dita.
Siamo idoli
appesi a un rito
e non abbiamo
coraggio.
GIOVANNI CHIELLINO
TELA DI PAROLE
Pagg. 608 – Euro 20,00
(Nell’ordito di Aracne)
Onda di voce nel mare del poema
la parola s’increspa, precipita, s’innalza
insegue tra le nuvole
il volo della rondine e del falco.
La luce dei tuoi occhi la confonde
tace sui fiori di magnolie e rose
bacia la notte, va da stella a stella
e incendia la lingua del poeta.
Danza sui campi aperti della Pace
e sul nero abisso della guerra
impreca e prega. Dischiude incerta
la porta della vita e della morte,
sonda il mistero.
G. C.
*
da Galateo per enigmi
(Genesi Editrice, Torino, 1988)
Perché tremano i cuori dei fanciulli
se rapidi s’intrecciano gli sguardi
quando l’ora del giorno si fa alta?
Perché morbide gatte
sotto lunare notte s’abbandonano
a lamentoso amore,
perché in acque limpide
s’intrecciano le anguille
e ritorna la rondine al suo nido
se crudele innocenza non lo rompe?
Questi misteri
sono i pulsanti angeli del sole,
i cavalli dell’ora che s’innalza,
poi viene il tocco muto
della campana a morto
e i perché si perdono nel vuoto.
*
Scivola il giorno
l’ombra si fa alta,
chiude porte il silenzio
nelle case
e il cuore oscilla
pendulo nel vento.
*
Angeli bianchi su onde di luce
volavano all’orizzonte
e i cavalli del mezzogiorno
galoppavano su cime di fuoco.
Nelle conchiglie di sole
il vento nascondeva
i mantici stanchi e le fanciulle,
distese sulla rena, ascoltavano
fra le carezze degli amanti
passare il silenzio
su ali di sogno.
Ma il segno del ricordo si frantuma
e altro non so raccontarvi
di quel giorno stupendo
in una baia di Spagna.
Chi fermerà la ruota del tempo
se anche la memoria si dissolve?
Rimane lo strappo della tela,
la spola che non passa nell’ordito.
Allora la pupilla si dilata,
le morti si dispongono a catena
a legare due punti all’infinito.
*
E’ in questo dolore
che acuto mi sorprende
che la morte s’impolpa
si fa compagna di viaggio
toglie vigore ai sogni
e gli occhi apre a dure verità
del giorno che si avanza
e come il fiume
stretto argine e alto rende veloce
e le sue acque getta e disperde
nel mare aperto così
spinge la morte il cuore
sui dirupi del tempo
nelle deserte anfore del vento.
Ma vibrano le corde del pensiero
e una parte di me che non conosco,
immisurata e vaga, trova la fuga
nell’accesa pupilla del tuo dio
e qui risplende di trasparenza e svela
in cifre chiare l’enigma e si appaga.
Così trova la vita nella non vita
il segno del suo verbo
e nel sangue che pulsa cresce il nulla.
*
Nel giardino seduti nella sera
le parole legate dal silenzio
lasciammo punta di stella
legare i nostri occhi,
adagiarsi la luna sulla fronte.
E guizzava la fiamma dei ricordi,
cresceva l’ulivo su bruciati campi
vaste fiumare azzurre
confluivano nelle nostre vene
ricche di vento e di mare.
Cavalli schiumosi
battevano zoccoli di luce
sui bruni passaggi dell’ora
e nello specchio dell’attimo che passa
volava il cormorano alto nel vento.
Sono i ricordi sguardo di bambina,
lieve come bianco di betulla
e oltre la siepe
non udita voce alza sospetti
e frana sulle rive del tempo.
C’è ancora la ginestra nel giardino
a profumare l’ultimo viaggio
ai margini del giorno verso l’ombra?
Risponde un suono cupo di cipressi
sbattuto contro il muro della notte.
*
da Daelalus
(Genesi Editrice, Torino, 1990)
IL GRANDE SPECCHIO
Tu mia onda, mio fiume,
mio profondo mare,
passo ambiguo del tortuoso andare,
stella polare per oscuro porto,
falce di luna a leggere il domani,
lume scarso per il mio cercare,
utero del mio riposo
e falsa chiave per moltiplicare,
conchiglia dove il tempo
s’annoda e non ha tempi,
fuoco per distruggere e creare:
io, tua brace viva e fredda cenere
tua sorgente e tua foce,
a te mi piego
mio silenzio e voce.
*
Una fessura nel tunnel
ci dà l’idea del viaggio,
una scheggia di spazio
invera la vita e la invetta
in un grido di sangue:
e brilla la bianca conchiglia
sul tuo viso di donna,
la voce s’annoda nel nome
e la tortora tuba
sulla magnolia in fiore.
Ritorna la notte e rimane
in un arco di specchio riflessa
una scaglia tremante dell’eco
di quel grido improvviso nel tempo:
è luce obliqua che scende
su ombre oscillanti
per vuote corde di vento,
è il nulla che passa in silenzio
e Dio tace.
*
…………………………….
Non è retorica la morte come morte,
la morte per un guasto di percorso
nei mantici affannosi della corsa
è semplice morte che s’annoda a vita
come la vita che cresce dentro
e sfugge, la vita come sangue
come aperto ventaglio di ricordi
la vita che si copre di sudore
o sale come verga di dolore
è semplice vita che s’annoda a morte.
La retorica è negli orli
nei fregi del telaio:
gloria e successo sono i miasmi, i fiumi
le bolle di sapone.
La costruzione del Tempio
e la sua distruzione sono negli atti
nella spada affilata
nel fuoco alle porte
nei portatori di pietra
nella chiarezza del segno:
la fonte secca e l’acqua che zampilla
l’uomo sterile e l’utero fecondo.
La morte-vita è il chiodo
sfuggito al Grande Costruttore
la vita che perfora
l’essere e il nulla sul palcoscenico
dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice
di Dio. Il resto è scena.
*
da Nel cerchio delle cose
(Genesi Editrice, Torino, 1994)
Da quali estreme lontananze
giunge la curva delle tue parole,
il puro cerchio che non si rivela?
Da quali deserti viene la fiamma
della tua bellezza
il sacro fuoco che ci divora?
Da profonda solitudine marina
cresce la gemma
dei tuoi chiari sogni,
dietro le chiuse porte del mistero
su abbandonati spazi di memoria
cerca il pensiero angoli di volo.
E’ un ritorno di perdute stelle
il colore delle tue pupille
e il fiore che profuma la tua pelle
ha radici nel tempo.
E sale il vento sulle magnolie
sale sul canto dell’usignolo
sale sull’arco delle tue ciglia
rapisce l’ansia delle domande
porta il silenzio delle distanze.
Al centro di un abisso
oscilla il cuore
ma Dio concede
una pausa breve di stupore.
*
Mia anima vibrante nella luce
mia palpitante voce
sulla molle medusa del silenzio
mia pupilla ansiosa
sulla penosa fronte della notte
dove ti volgi Amore ti conduce.
*
Mio misterioso andare
nel cielo senza meta
eterno svaporare
nel regno del silenzio
animala che cerchi
il vortice di Dio
mia timida sorgente
dell’acqua originale
malinconia di un sogno
che si tramuta in pianto,
bianca vela protesa
ai mari della luce
ala di gabbiano
distesa fra le ciglia
tremula di fanciulla
sublime metamorfosi
che sulla roccia altissima
annodi come in gioco
il vento l’onda il fuoco.
*
da Il volto della memoria
(Edizioni Scettro del Re, Roma, 2000)
IL CUORE
Incrostazioni, un cumulo di macerie
con la vita che scorre
fra sistole e diastole.
Il buio del vagito,
l’ala bianca dei sogni,
la lama del pensiero.
Un sicuro rifugio
la tua donazione:
fuoco di passione,
l’aratro, il seme,
nel solco fecondo
teneri virgulti.
L’autunno: un giallo precipitare,
il distacco, la morte, tanta morte
fra la prima e l’ultima diastole.
*
Morbida, tonda caviglia
sulla tiepida sabbia,
l’acqua scivola lesta,
la bacia e ritorna nell’onda.
L° solleva il capo ricciuto,
lo piega e comincia a cantare
un’antica canzone
che la giovane donna innamora.
Oh labbra sinuose del tempo!
Oh lingua che narri la storia!
Nell’aria azzurra si levano
stormi di secoli e ombre
dal chiaro cristallo del mare.
Corre la vela di morte,
bianco gabbiano la vita
la insegue, la sfiora
poi sull’albero ferma il suo volo.
Fanciulli giocano allegri,
hanno barchette di gomma:
esperti pescatori di sogni
senza ancora né remi;
sacerdoti vestiti di luce
sollevano al sole le mani,
riempiono di bianche preghiere,
di fresche parole lucenti,
di verdi pupille, di gesti innocenti
la bocca del mostro marino
che solca gli abissi del mondo,
ammassa la gravida notte,
percuote la terra, la scuote
con rapido colpo felino.
Poi l’onda ritorna tranquilla,
ribacia la tonda caviglia,
e alla giovane donna,
che sull’arco celeste del giorno
porta profumi di eterno,
bisbiglia pensieri
d’amore e di morte.
*
Splende ancora la stella del mattino
nella curvata azzurrità del cielo
e sui cavalli rosei dell’alba
il giorno avanza
col vento di levante.
Si consuma la notte,
il tempo invade tutte le clessidre
e tu, Venere lucente
nell’occhio mattutino, siedi
nel cavo della mia memoria
e annunci, oltre le mura
dell’ombra e dell’oblio,
luce divina che non si misura.
*
PER LEI
Lei viene in tutta la sua bellezza,
viene dall’alba.
Porta la luce sulle mani,
negli occhi ha il cielo e il mare,
sulle labbra il fuoco e la parola.
Nel sangue ha raccolto
tutti i baci dell’universo
per baciare ognuno di noi,
ha raccolto il seme della fecondità
per sfidare l’Eterno.
Il melograno è il suo albero,
il suo fiore è il tulipano,
l’animale che le somiglia
non teme le tenebre,
la sua parola bussa
alle porte del pensiero e le apre,
l’anima ha chiavi luminose
e la notte si arrende.
Le sue radici sono nella morte
e raggiungono le brughiere del futuro,
nutrono pietre
finché non le sfiora la sua mano,
allora un volo d’ali invade
l’occhio del sogno
e le albe si schierano a Oriente,
sui gradini del suo altare
noi stiamo genuflessi, preghiamo,
e il vento della cancellazione
passa sopra le nostre spalle,
si allontana.
*
da Il giardiniere impazzito
(Genesi Editrice, Torino, 2001)
Sradicare le ortensie e il rosaio,
eliminare i bulbi dalla terra,
tagliare il calicantus:
fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.
Bruciare la tuia,
atto sacrificale,
abbattere l’agrifoglio,
non posso vedere le sue rosse bacche
brillare tra le foglia;
sacrificare l’oleandro e il melograno,
purpureo fiore in forma di corona.
Bisogna fare spazio a cose
più importanti:
mine anti uomo, missili, mitraglie,
un’infinita varietà di armi.
Reticolati,
campi di concentramento,
fosse comuni.
Le salme già occupano
il centro del giardino:
uomini e donne,
i giovani figli uccisi
prima che cantasse il gallo
quando l’alba sfiorava i loro volti.
Dappertutto scorreranno
rigagnoli di sangue per innaffiare
i filari delle croci.
In tutti gli angoli germoglieranno
lacrime e tormenti e io
spingerò l’altalena della morte
verso l’Angelo pietrificato nel dolore.
*
IL PUGNALE DI CAINO
Brilla nell’ora del mattino
il rosso pugnale di Caino.
E’ l’eterno pugnale di Caino
avido di sangue e fertile di morte
che con torbida lama
attraversa le vene del tempo
e scende nel cuore dell’uomo,
accende falò, scava fosse
e alza croci sul dorso della terra,
traccia sui volti segni di dolore.
Questo è l’amaro pugnale di Caino,
l’affilato pugnale di Caino
che decapita i giochi dei fanciulli,
toglie i cavalli ai carri d’Amore
e costringe il giorno su strade di lutto.
Quando brilla il pugnale di Caino
chiuso è l’occhio di Dio,
sulle case straripano i tramonti
e le clessidre contano le assenze.
*
I
Finito di tessere la tela
ci accorgiamo che trame e stame
si sono incrociate nel telaio del Nulla
catturando inutili apparenze.
Unica impronta certa
la malvagia mano che versò il sangue
sui sogni dei fanciulli
prima che scivolassero
nel vuoto della morte
inutilmente appesi
agli occhi delle madri.
[…]
da Nel corpo del mutare
(Genesi Editrice, Torino, 2004)
L’azzurro Leone della costellazione
ha conficcato il dente luccicante
nel fuoco dell’estate.
Il poderoso zoccolo del Toro
ha calpestato le bianche riviere
del mitico Jonio
e l’aspra lingua della salsedine
si è allungata nella fertile valle,
ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,
violato la calda profondità
nella tenerezza delle giunture
e nella vibrazione dei mille torrenti.
Ma i rapidi cavalli del tempo
fanno oscillare la bilancia delle stagioni
e il peso dell’autunno aumenta.
Sul crinale dell’orizzonte
l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare
la gelida freccia nella polpa del sogno.
Dove sono le bianche colombe
sulla vetrata dell’universo?
E i bianchi cigni nel lago del cuore?
Dov’è il maestoso gabbiano
sullo scoglio genuflesso
nell’onda tempestosa?
Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,
tirano il lungo carro dei ricordi
verso l’ombrosa soglia del silenzio.
Dove sono le gemme del mandorlo
prima della festosa esplosione
al soffio della primavera danzante?
*
da Tela di parole
Il concerto dei passeri
sul Lauroceraso impedisce
il franare del cielo
nell’ombra del tramonto,
lo ferma in un sogno d’eternità
e io mi distendo
sul fiume sonoro
che va dall’albero a Dio.
3 marzo 2001
*
Angelo,
perché ti nascondi
dietro il muro della mia paura?
Ho bisogno della tua presenza
per attraversare la notte
della mia stanza.
Caselette, 20 marzo 2004
Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.
E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.
In poesia ha vinto numerosi primi premi.
"Idolatria di un'assenza" di Felice Serino
VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo / dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".
Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]