Chi sono

Utente: flymoon
Nome: Felice Serino
felser41@alice.it
Se avessi inconsapevolmente violato eventuali copyright vi prego di contattarmi e provvederò a rimuovere testi o immagini. Grazie.
***
Faccio una faticaccia a leggere i romanzi e la poesia “discorsiva” tipo poemetto; perciò ne faccio a meno. Prediligo il saggio e la poesia pura, “lirica”, quella per intenderci di Ungaretti Quasimodo Montale. Preferisco oltre a questi, Bevilacqua, Mussapi, De Angelis, Marotta, e tra gli stranieri, Tahar Ben Jelloun, Borges, Pessoa.
Per notizie sulla mia attività rimando alla pagina dell’11 giugno 2007 con cui ho aperto questo blog. Grazie a tutti e se voleste scrivermi, con commenti o privatamente, ne sarei più che lieto!
***
E' ESSENZIALE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
^^^
HO INCONTRATO PER VIA UN GIOVANE POVERISSIMO CHE ERA INNAMORATO. AVEVA UN VECCHIO CAPPELLO. LA GIACCA LOGORA.L'ACQUA GLI PASSAVA ATTRAVERSO LE SCARPE. E LE STELLE ATTRAVERSO L'ANIMA. (VICTOR HUGO)
^^^
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA è CADUTA ALL'INTERNO.
(JOE BOUSQUET)
***
SIEDI SOPRA UN SOGNO, E PENSI A QUANDO FINIRA', ROVINANDOLO.
(GIORGIO MEDDA)
***
LA MENTE E' COME UN PARACADUTE, FUNZIONA SE SI APRE.
(ALBERT EINSTEIN)
***

TUTTE LE PAROLE NON SONO CHE BRICIOLE CADUTE DAL BANCHETTO DELLO SPIRITO
(ANONIMO)




IL MISTERO E' QUELLA DIMENSIONE AL CONFINE DEI NOSTRI PENSIERI. AFFASCINA, INCANTA, IPNOTIZZA. CANTA AI NOSTRI CUORI, FA VIBRARE I NOSTRI SENSI. UN LUOGO DOVE SI RACCOLGONO I NOSTRI SOGNI, IMPALPABILI E LIEVI. DOVE LA MELODIA DEL VENTO TRASCINA CON SE' PROFUMI ANTICHI E SEDUCENTI. (ASTER)
***

L'UOMO MUORE NEL MOMENTO IN CUI I RICORDI PRENDONO IL POSTO DEI SOGNI
(EZRA POUND)
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sabato, 14 novembre 2009

Octavio Paz

OCTAVIO  PAZ

TRA ANDARSENE E RESTARE


Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

La sera circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.

Il battito del tempo nella mia tempia ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissolve l'istante. Senza muovermi
io resto e vado. Sono una pausa.

*

AUTUNNO

In fiamme, in autunni incendiati,
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta,
tocca il suo centro e lo sorprende
nella luce che ride per nessuno:
quanta bellezza sparsa!

Mani ora cerco,
e una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un'ala,
celesti frutti della luce nuda.

Dentro me cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscuree delicate,
labbra che sognan labbra,
mani sognanti uccelli...

Qualcosa che s'ignora e dice "mai"
cade dal cielo,
da te, Dio, mio avversario.

(traduzione Francesco Tentori)

*

da: PIETRA DI SOLE

... vado tra gallerie di suoni,
scorro tra le presenze risonanti
vado per trasparenze come un cieco,
un riflesso mi cancella, nasco in un altro,
(...)
vado pei tuoi occhi come per l'acqua,
le tigri bevono sogno nei tuoi occhi,
(...)
vado pei tuoi pensieri assottigliati
e all'uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo...

*

SPARO

Salta la parola
innanzi il pensiero
innanzi il suono
la parola salta come un cavallo
innanzi il vento
come un vitello di zolfo
innanzi la notte
si perde per le vie del mio cranio
dappertutto le tracce della fiera
sulla faccia dell'albero il tatuaggio scarlatto
sulla schiena del muro il tatuaggio di ghiaccio
sul sesso della chiesa il tatuaggio elettrico
le sue unghie sul tuo collo
le sue zampe sul tuo ventre
il segnale viola
il tornasole che gira fino al bianco
fino al grido fino al basta
il girasole che gira come un ahi scorticato
la firma del senza nome lungo la tua pelle
dappertutto il grido accecante
l'ondata nera che copre il pensiero
la campana furiosa che suona sulla mia fronte
la campana di sangue nel mio petto
l'immagine che ride in cima alla torre
la parola che fa scoppiare le parole
l'immagine che incendia tutti i ponti
la scomparsa a metà abbraccio
la vagabonda che uccide i bambini
la idiota la bugiarda la incestuosa
la cerva inseguita
la mendicante profetica
la ragazza che nel mezzo della via
mi sveglia e mi dice <ricordati>

*

PIETRA DI SOLE
(frammento)

tutto si trasfigura ed è sacro,
ogni stanza è il centro del mondo,
è la prima notte, il primo giorno,
il mondo nasce quando due si baciano,
goccia di luce di visceri trasparenti
la stanza come frutto si socchiude
o esplode come un astro taciturno
e le leggi mangiate dai topi
le inferriate delle banche e delle carceri,
le inferriate di carta, le reti,
i campanelli e le spine e gli aculei,
la predica monocorde delle armi,
lo scorpione mellifluo col berretto a quattro punte,
la tigre col cilindro, presidente
del Club Vegetariano e della Croce Rossa,
il somaro viscoso, il coccodrillo
che fa il redentore, padre di popoli,
il Capo, il pescecane, l'architetto
del futuro, il maiale in uniforme,
il figlio prediletto della Chiesa
che si lava la nera dentatura
con l'acqua benedetta e prende lezioni
di inglese e di democrazia, le pareti
invisibili, le maschere marcie
che dividono gli uomini dagli uomini,
l'uomo da se stesso,
     precipitano
per un istante immenso e scorgiamo
la nostra unità perduta, la mancanza di difesa
che significa essere uomini, la gloria che significa
           [essere uomini
e spartire il pane, il sole, la morte,
la paura dimenticata d'esser vivi.

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poesia di Alda Merini

ALDA  MERINI

COME HAI FATTO TU AD INSOZZARE GLI ANGELI?

[versi dedicati ai piccoli Brigida per ricordare, con amore]

Nel cielo della mia innocenza
quando ero bambina, un tempo
e avevo oscuri miraggi
di solstizi e feluche libagioni,
una mano di nebbia
scolpì il dolore
sul mio povero volto.
Era la mano di un uomo
che avevo baciato nel freddo
di un puro inverno.
Allora le rose hanno camminato
e sono scivolate sui pendii.
Oh come hai fatto tu
su quel corpo ricciuto
appena fresco d'infanzia
a tessere il metallo
della rapina
e come hai fatto tu
ad insozzare gli angeli
con mani macchiate d'olio.
Il nome benedetto di Padre
ha dato sangue alla polvere
degli occhi ancora chiusi
alla vita.

La loro altalena
che era appesa tra i rami,
ahimé indelicati,
rami senza finestre
vite senza discorso.
Il delitto è senza parola,
ma come l'amore
è muto e senza vergogna.
Oh Dio perché l'amore
e il mito hanno
la loro sostanza.
Perché Dio, ami il fiore
e l'assassino insieme.

Che tu sia maledetto Padre
se hai usato le dita
cibo dei semplici agnelli
per toccare le rose della canizie.
I bimbi sono canuti
perché sono saggi
come i vecchi fanciulli.
Tu non sai quanto miele
avrebbero dato
le loro labbra
nelle notti d'amore
non sai cosa vuol dire il vino.
Che tu sia maledetto
oste bugiardo che hai bevuto
il sangue dei tuoi fanciulli
nella disgrazia delle tue dita.

Siamo idoli
appesi a un rito
e non abbiamo
coraggio.

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sabato, 31 ottobre 2009

Giovanni Chiellino

GIOVANNI  CHIELLINO

TELA DI PAROLE

 

Genesi Editrice, Torino, 2007

Pagg. 608 – Euro 20,00

 

 

TELA DI PAROLE

(Nell’ordito di Aracne)

 

            Onda di voce nel mare del poema

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

insegue tra le nuvole

il volo della rondine e del falco.

La luce dei tuoi occhi la confonde

tace sui fiori di magnolie e rose

bacia la notte, va da stella a stella

e incendia la lingua del poeta.

Danza sui campi aperti della Pace

e sul nero abisso della guerra

impreca e prega. Dischiude incerta

la porta della vita e della morte,

sonda il mistero.

                                                                  G. C.

 

*

 

 

da Galateo per enigmi

(Genesi Editrice, Torino, 1988)

 

 

PERCHE’ TREMANO I CUORI

 

Perché tremano i cuori dei fanciulli

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

quando l’ora del giorno si fa alta?

Perché morbide gatte

sotto lunare notte s’abbandonano

a lamentoso amore,

perché in acque limpide

s’intrecciano le anguille

e ritorna la rondine al suo nido

se crudele innocenza non lo rompe?

Questi misteri

sono i pulsanti angeli del sole,

i cavalli dell’ora che s’innalza,

poi viene il tocco muto

della campana a morto

e i perché si perdono nel vuoto.

 

*

 

 

SERA

 

Scivola il giorno

l’ombra si fa alta,

chiude porte il silenzio

nelle case

e il cuore oscilla

pendulo nel vento.

 

*

 

 

TOSSA DE MAR

 

Angeli bianchi su onde di luce

volavano all’orizzonte

e i cavalli del mezzogiorno

galoppavano su cime di fuoco.

 

Nelle conchiglie di sole

il vento nascondeva

i mantici stanchi e le fanciulle,

distese sulla rena, ascoltavano

fra le carezze degli amanti

passare il silenzio

su ali di sogno.

 

Ma il segno del ricordo si frantuma

e altro non so raccontarvi

di quel giorno stupendo

in una baia di Spagna.

 

Chi fermerà la ruota del tempo

se anche la memoria si dissolve?

 

Rimane lo strappo della tela,

la spola che non passa nell’ordito.

Allora la pupilla si dilata,

le morti si dispongono a catena

a legare due punti all’infinito.

 

*

 

 

SCIATALGIA

 

E’ in questo dolore

che acuto mi sorprende

che la morte s’impolpa

si fa compagna di viaggio

toglie vigore ai sogni

e gli occhi apre a dure verità

del giorno che si avanza

e come il fiume

stretto argine e alto rende veloce

e le sue acque getta e disperde

nel mare aperto così

spinge la morte il cuore

sui dirupi del tempo

nelle deserte anfore del vento.

Ma vibrano le corde del pensiero

e una parte di me che non conosco,

immisurata e vaga, trova la fuga

nell’accesa pupilla del tuo dio

e qui risplende di trasparenza e svela

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

Così trova la vita nella non vita

il segno del suo verbo

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.

 

*

 

 

NEL GIARDINO

 

Nel giardino seduti nella sera

le parole legate dal silenzio

lasciammo punta di stella

legare i nostri occhi,

adagiarsi la luna sulla fronte.

E guizzava la fiamma dei ricordi,

cresceva l’ulivo su bruciati campi

vaste fiumare azzurre

confluivano nelle nostre vene

ricche di vento e di mare.

Cavalli schiumosi

battevano zoccoli di luce

sui bruni passaggi dell’ora

e nello specchio dell’attimo che passa

volava il cormorano alto nel vento.

Sono i ricordi sguardo di bambina,

lieve come bianco di betulla

e oltre la siepe

non udita voce alza sospetti

e frana sulle rive del tempo.

C’è ancora la ginestra nel giardino

a profumare l’ultimo viaggio

ai margini del giorno verso l’ombra?

Risponde un suono cupo di cipressi

sbattuto contro il muro della notte.

 

*

 

 

da Daelalus

(Genesi Editrice, Torino, 1990)

 

 

IL GRANDE SPECCHIO

 

Tu mia onda, mio fiume,

mio profondo mare,

passo ambiguo del tortuoso andare,

stella polare per oscuro porto,

falce di luna a leggere il domani,

lume scarso per il mio cercare,

utero del mio riposo

e falsa chiave per moltiplicare,

conchiglia dove il tempo

s’annoda e non ha tempi,

fuoco per distruggere e creare:

io, tua brace viva e fredda cenere

tua sorgente e tua foce,

a te mi piego

mio silenzio e voce.

 

*

 

 

NEL TUNNEL

 

Una fessura nel tunnel

ci dà l’idea del viaggio,

una scheggia di spazio

invera la vita e la invetta

in un grido di sangue:

e brilla la bianca conchiglia

sul tuo viso di donna,

la voce s’annoda nel nome

e la tortora tuba

sulla magnolia in fiore.

Ritorna la notte e rimane

in un arco di specchio riflessa

una scaglia tremante dell’eco

di quel grido improvviso nel tempo:

è luce obliqua che scende

su ombre oscillanti

per vuote corde di vento,

è il nulla che passa in silenzio

e Dio tace.

 

*

 

 

VERSO LA LUCE

 

…………………………….

Non è retorica la morte come morte,

la morte per un guasto di percorso

nei mantici affannosi della corsa

è semplice morte che s’annoda a vita

come la vita che cresce dentro

e sfugge, la vita come sangue

come aperto ventaglio di ricordi

la vita che si copre di sudore

o sale come verga di dolore

è semplice vita che s’annoda a morte.

La retorica è negli orli

nei fregi del telaio:

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

le bolle di sapone.

La costruzione del Tempio

e la sua distruzione sono negli atti

nella spada affilata

nel fuoco alle porte

nei portatori di pietra

nella chiarezza del segno:

la fonte secca e l’acqua che zampilla

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

La morte-vita è il chiodo

sfuggito al Grande Costruttore

la vita che perfora

l’essere e il nulla sul palcoscenico

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

di Dio. Il resto è scena.

 

*

 

 

da Nel cerchio delle cose

(Genesi Editrice, Torino, 1994)

 

 

UNA PAUSA DI STUPORE

 

Da quali estreme lontananze

giunge la curva delle tue parole,

il puro cerchio che non si rivela?

Da quali deserti viene la fiamma

della tua bellezza

il sacro fuoco che ci divora?

Da profonda solitudine marina

cresce la gemma

dei tuoi chiari sogni,

dietro le chiuse porte del mistero

su abbandonati spazi di memoria

cerca il pensiero angoli di volo.

E’ un ritorno di perdute stelle

il colore delle tue pupille

e il fiore che profuma la tua pelle

ha radici nel tempo.

E sale il vento sulle magnolie

sale sul canto dell’usignolo

sale sull’arco delle tue ciglia

rapisce l’ansia delle domande

porta il silenzio delle distanze.

Al centro di un abisso

oscilla il cuore

ma Dio concede

una pausa breve di stupore.

 

*

 

 

FARFALLA

 

Mia anima vibrante nella luce

mia palpitante voce

sulla molle medusa del silenzio

mia pupilla ansiosa

sulla penosa fronte della notte

dove ti volgi Amore ti conduce.

 

*

 

 

NUVOLA

 

Mio misterioso andare

nel cielo senza meta

eterno svaporare

nel regno del silenzio

animala che cerchi

il vortice di Dio

mia timida sorgente

dell’acqua originale

malinconia di un sogno

che si tramuta in pianto,

bianca vela protesa

ai mari della luce

ala di gabbiano

distesa fra le ciglia

tremula di fanciulla

sublime metamorfosi

che sulla roccia altissima

annodi come in gioco

il vento l’onda il fuoco.

 

*

 

 

da Il volto della memoria

(Edizioni  Scettro del Re, Roma, 2000)

 

 

IL CUORE

 

Incrostazioni, un cumulo di macerie

con la vita che scorre

fra sistole e diastole.

 

Il buio del vagito,

l’ala bianca dei sogni,

la lama del pensiero.

 

Un sicuro rifugio

la tua donazione:

fuoco di passione,

 

l’aratro, il seme,

nel solco fecondo

teneri virgulti.

 

L’autunno: un giallo precipitare,

il distacco, la morte, tanta morte

fra la prima e l’ultima diastole.

 

*

 

 

MARE JONIO

 

Morbida, tonda caviglia

sulla tiepida sabbia,

l’acqua scivola lesta,

la bacia e ritorna nell’onda.

L° solleva il capo ricciuto,

lo piega e comincia a cantare

un’antica canzone

che la giovane donna innamora.

Oh labbra sinuose del tempo!

Oh lingua che narri la storia!

Nell’aria azzurra si levano

stormi di secoli e ombre

dal chiaro cristallo del mare.

Corre la vela di morte,

bianco gabbiano la vita

la insegue, la sfiora

poi sull’albero ferma il suo volo.

Fanciulli giocano allegri,

hanno barchette di gomma:

esperti pescatori di sogni

senza ancora né remi;

sacerdoti vestiti di luce

sollevano al sole le mani,

riempiono di bianche preghiere,

di fresche parole lucenti,

di verdi pupille, di gesti innocenti

la bocca del mostro marino

che solca gli abissi del mondo,

ammassa la gravida notte,

percuote la terra, la scuote

con rapido colpo felino.

Poi l’onda ritorna tranquilla,

ribacia la tonda caviglia,

e alla giovane donna,

che sull’arco celeste del giorno

porta profumi di eterno,

bisbiglia pensieri

d’amore e di morte.

 

*

 

 

VENERE LUCENTE

 

Splende ancora la stella del mattino

nella curvata azzurrità del cielo

e sui cavalli rosei dell’alba

il giorno avanza

col vento di levante.

 

Si consuma la notte,

il tempo invade tutte le clessidre

e tu, Venere lucente

nell’occhio mattutino, siedi

nel cavo della mia memoria

e annunci, oltre le mura

dell’ombra e dell’oblio,

luce divina che non si misura.

 

*

 

 

PER LEI

 

Lei viene in tutta la sua bellezza,

viene dall’alba.

Porta la luce sulle mani,

negli occhi ha il cielo e il mare,

sulle labbra il fuoco e la parola.

Nel sangue ha raccolto

tutti i baci dell’universo

per baciare ognuno di noi,

ha raccolto il seme della fecondità

per sfidare l’Eterno.

Il melograno è il suo albero,

il suo fiore è il tulipano,

l’animale che le somiglia

non teme le tenebre,

la sua parola bussa

alle porte del pensiero e le apre,

l’anima ha chiavi luminose

e la notte si arrende.

Le sue radici sono nella morte

e raggiungono le brughiere del futuro,

nutrono pietre

finché non le sfiora la sua mano,

allora un volo d’ali invade

l’occhio del sogno

e le albe si schierano a Oriente,

sui gradini del suo altare

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

e il vento della cancellazione

passa sopra le nostre spalle,

si allontana.

 

*

 

 

da Il giardiniere impazzito

(Genesi Editrice, Torino, 2001)

 

 

IL GIARDINIERE IMPAZZITO

 

Sradicare le ortensie e il rosaio,

eliminare i bulbi dalla terra,

tagliare il calicantus:

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.

 

Bruciare la tuia,

atto sacrificale,

abbattere l’agrifoglio,

non posso vedere le sue rosse bacche

brillare tra le foglia;

 

sacrificare l’oleandro e il melograno,

purpureo fiore in forma di corona.

 

Bisogna fare spazio a cose

più importanti:

mine anti uomo, missili, mitraglie,

un’infinita varietà di armi.

 

Reticolati,

campi di concentramento,

fosse comuni.

 

Le salme già occupano

il centro del giardino:

uomini e donne,

i giovani figli uccisi

prima che cantasse il gallo

quando l’alba sfiorava i loro volti.

 

Dappertutto scorreranno

rigagnoli di sangue per innaffiare

i filari delle croci.

 

In tutti gli angoli germoglieranno

lacrime e tormenti e io

spingerò l’altalena della morte

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.

 

*

 

 

IL PUGNALE DI CAINO

 

Brilla nell’ora del mattino

il rosso pugnale di Caino.

E’ l’eterno pugnale di Caino

avido di sangue e fertile di morte

che con torbida lama

attraversa le vene del tempo

e scende nel cuore dell’uomo,

accende falò, scava fosse

e alza croci sul dorso della terra,

traccia sui volti segni di dolore.

 

Questo è l’amaro pugnale di Caino,

l’affilato pugnale di Caino

che decapita i giochi dei fanciulli,

toglie i cavalli ai carri d’Amore

e costringe il giorno su strade di lutto.

 

Quando brilla il pugnale di Caino

chiuso è l’occhio di Dio,

sulle case straripano i tramonti

e le clessidre contano le assenze.

 

*

 

 

EPILOGO

 

I

 

Finito di tessere la tela

ci accorgiamo che trame e stame

si sono incrociate nel telaio del Nulla

catturando inutili apparenze.

Unica impronta certa

la malvagia mano che versò il sangue

sui sogni dei fanciulli

prima che scivolassero

nel vuoto della morte

inutilmente appesi

agli occhi delle madri.

 

[…]

 

 

da Nel corpo del mutare

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

 

 

LE STAGIONI

 

L’azzurro Leone della costellazione

ha conficcato il dente luccicante

nel fuoco dell’estate.

 

Il poderoso zoccolo del Toro

ha calpestato le bianche riviere

del mitico Jonio

 

e l’aspra lingua della salsedine

si è allungata nella fertile valle,

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,

 

violato la calda profondità

nella tenerezza delle giunture

e nella vibrazione dei mille torrenti.

 

Ma i rapidi cavalli del tempo

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

e il peso dell’autunno aumenta.

 

Sul crinale dell’orizzonte

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

la gelida freccia nella polpa del sogno.

 

Dove sono le bianche colombe

sulla vetrata dell’universo?

E i bianchi cigni nel lago del cuore?

 

Dov’è il maestoso gabbiano

sullo scoglio genuflesso

nell’onda tempestosa?

 

Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

tirano il lungo carro dei ricordi

verso l’ombrosa soglia del silenzio.

 

Dove sono le gemme del mandorlo

prima della festosa esplosione

al soffio della primavera danzante?

 

*

 

 

da Tela di parole

 

 

IL CONCERTO

 

Il concerto dei passeri

sul Lauroceraso impedisce

il franare del cielo

nell’ombra del tramonto,

lo ferma in un sogno d’eternità

e io mi distendo

sul fiume sonoro

che va dall’albero a Dio.

 

3 marzo 2001

 

*

 

 

ANGELO

 

Angelo,

perché ti nascondi

dietro il muro della mia paura?

Ho bisogno della tua presenza

per attraversare la notte

della mia stanza.

 

Caselette, 20 marzo 2004

 

 

Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.

E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.

In poesia ha vinto numerosi primi premi.

 

 

 

 

 

 

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sabato, 17 ottobre 2009

recensione di Fabio Greco

"Idolatria di un'assenza" di Felice Serino

VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA

Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo / dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".

Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]

postato da: flymoon alle ore 09:52 | link | commenti
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