Chi sono

Utente: flymoon
Nome: Felice Serino
felser41@alice.it
Se avessi inconsapevolmente violato eventuali copyright vi prego di contattarmi e provvederò a rimuovere testi o immagini. Grazie.
***
Faccio una faticaccia a leggere i romanzi e la poesia “discorsiva” tipo poemetto; perciò ne faccio a meno. Prediligo il saggio e la poesia pura, “lirica”, quella per intenderci di Ungaretti Quasimodo Montale. Preferisco oltre a questi, Bevilacqua, Mussapi, De Angelis, Marotta, e tra gli stranieri, Tahar Ben Jelloun, Borges, Pessoa.
Per notizie sulla mia attività rimando alla pagina dell’11 giugno 2007 con cui ho aperto questo blog. Grazie a tutti e se voleste scrivermi, con commenti o privatamente, ne sarei più che lieto!
***
E' ESSENZIALE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
^^^
HO INCONTRATO PER VIA UN GIOVANE POVERISSIMO CHE ERA INNAMORATO. AVEVA UN VECCHIO CAPPELLO. LA GIACCA LOGORA.L'ACQUA GLI PASSAVA ATTRAVERSO LE SCARPE. E LE STELLE ATTRAVERSO L'ANIMA. (VICTOR HUGO)
^^^
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA è CADUTA ALL'INTERNO.
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(ALBERT EINSTEIN)
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sabato, 04 luglio 2009

Marcella Artusio Raspo - "Prova d'orchestra"

MARCELLA  ARTUSIO  RASPO

 

Da Prova d’orchestra

Bastogi Editrice Italiana, 2002

 

 

Dalla sezione Il Magma

 

Il mimo

 

Una patetica coccarda a pois,

lo sguardo attonito

in un reticolato di rughe infarinate,

mima lentamente il dolore della vita

come un fantoccio di gomma

dimenticato su un piedistallo

di figure grottesche sfumate

in un evanescente sorriso.

Teorie di spettatori fluiscono

e migrano in un velo di solitudine

su marciapiedi di alienata fissità.

Ai bordi della piazza

un’orchestrina ritma malinconicamente

una fuga di note

in una ossessiva ripetitività di gesti.

Il mezzogiorno incombe crudele

e lambisce storie già lontane

in un incastro di muri

persi nel logorio di ore vuote.

La nuvola di una sigaretta

scherma una silhouette di adolescente acerbità

e si perde in un’assorta trasparenza.

 

*

 

I cannibali

 

Come nei ritratti espressionistici

deformati da appetiti insaziabili

ho visto i consanguinei spolpare l’osso

sino al midollo

in un feroce delirio di istinti tribali,

oscurantismo di massa

coperto dalla viscida maschera dell’ipocrisia

nella Babele dei consumi.

Caino depreda Abele

prima di condurlo ai campi

dove pascolano i lupi

incancreniti dalla febbre dell’oro.

Branchi accecati dall’orgia del potere

vestono i rigorosi abiti del perbenismo

con volti lividi, bocche spalancate

e sguardi taglienti

ammantati di tollerante benevolenza.

Cristo salì sul Golgota

per la salvezza degli uomini,

ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità

e spazza via l’eco dell’estremo sacrificio.

La Rozza Bestia si aggira sulle rovine

Di turrite mura

E irradia il fuoco della violenza.

Il fiore dei campi aperti

a stento cerca un varco nella spaccatura

di un’arida terra

e respira di nuda luce nel deserto delle parole.

Si consuma nel marchio originale

il rito quotidiano della follia.

 

*

 

I camaleonti

 

Si mimetizzano come lucertoloni al sole

nell’essiccarsi dell’anima

e strisciano nelle quinte polverose

di un teatro di maschere tragicomiche

immiserite da un vaniloquente copione.

Si arrampicano sui palazzi di vetro

di un onnipotente dio,

truculento Mammona dalle cadenti mascelle

su un trono d’oro

ricoperto di serpentini orpelli

nel luccichio del mondo.

Scalano solitarie cattedrali

sulle aride colline del martirio

e brandiscono simboli

grondanti sangue e abbandono

come spade fiammeggianti

di luminosi messaggi.

Si insinuano nei labirintici corridoi

dei castelli di carta delle umane sorti

e creano mostri di ambiguità

vaganti nel deserto delle idee.

Su scoscesi versanti visionari profeti

puntellano frammenti di rovine

sparse sui selciati della desolazione

e dolenti figli della terra

scavano il solco della sopravvivenza

tra fragili radici di catartiche pulsioni.

 

*

 

Il caos

 

Un lavorio di stelle

magma incandescente nell’abisso del cosmo

regolato da invisibili fili,

fucina di Vulcano

nel vorticoso roteare di atomi intelligenti

affatica la materia e risucchia il mio essere

nella ciclicità di velate stagioni

scomparse su orizzonti di fuoco.

L’eco di lontanissime esplosioni

rimbomba nei cimiteri del nulla

e giunge attutita e buia

sulle sponde insanguinate

di questo inquieto pianeta

fiore del male

imputridito dalla cecità dell’odio

nella mostruosa solitudine

di nani e pigmei

stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,

polvere del deserto

nelle fumanti macerie del pensiero

oscurato da voraci tarli.

Lucrezio, voce ancestrale della poesia

armonizzò il caos

nella folgorante lucentezza del verso,

nell’eterno flusso della parola.

Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,

creature senz’anima

in un’intricata foresta di richiami

dal timbro stonato,

vuoto come pietra tombale

e trasvoliamo velocissimi

verso una linea siderale e fredda

che ci uniforma e ci accomuna.

Il pianto delle madri

nudo in neri velami

si eleva invano nella cavità dell’enigma

e sfiorisce in lontananza

nelle pianure del dolore.

 

*

 

Oniriche visioni

 

Statue sulfuree nello specchio lunare

guardano ambigue la piazza deserta

immersa nel bianco sonno invernale.

Un gatto scala i tetti

e sparisce nel nerofumo di un abbaino

in un flebile miagolio

indistinta voce della notte.

In lontananza sfreccia la leggerezza

di veloci sogni.

La città ci avvolge in una magica fissità,

pallido enigma

nei segreti di provvisorie vibrazioni.

Ti cerco in queste brume

che velano la dolcezza del tuo sguardo

nel furtivo sorriso

di un volto sofferto.

Ci amiamo nella solitudine

di vite intrecciate e spaurite

ignari dell’insondabile velo del destino.

Un verso querulo

nascosto tra il fogliame

giunge fino a noi

attutito dall’eco del tempo.

I palazzi dormono

nella fosforescenza del silenzio.

 

*

 

La veglia

 

Occhi di stelle nella vertigine del cosmo

spiano da remote lontananze

il mormorio della notte.

Crepitio di foglia sul vetro terso

della finestra

nella bianca corsia dell’inverno.

Sul viale rami spogliati dalla rapina

del gelo

si aprono come croci sospese

su un’attesa di redenzione.

Tutto tace.

La città si avvolge nei suoi silenzi,

nelle sue penombre di tristezza.

Negli ospedali fruscio di morte

su asettiche pareti.

Sguardi febbrili si spengono nel buio

sul filo dell’estremo traguardo.

Un bambino nasce, fiore purpureo

e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi

calpestati dai passi dell’alba.

Nell’isolamento della mia camera

ascolto il ritmo del tempo

dileguarsi nelle caverne del nulla

fragile voce nello stupore di velate piazze,

di palazzi addormentati

dischiusi ai segreti di incompiute parole.

Odore di neve negli inconsci labirinti

di estenuate veglie.

 

*

 

Inquietudine

 

Si è chetato il vento.

Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo

dei lampioni,

i tetti riverberano la pioggia lunare

nella calma del mistero.

Odo voci lontane, disperse, frantumate,

voci di delirio,

di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,

voci di donne vendute,

di coscienze rubate

nel dedalo di vie che si interrompono

dove la striscia dell’alba ingoia ombre incerte

di esistenze giocate sull’estro di una cieca fortuna.

Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,

ascolto il fruscio della notte

che fugge lontana verso cosmiche risonanze

nell’uniformità delle ore.

Cerco la tua mano nel buio dell’attesa

e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,

lieve come l’azzurra musica dei cieli

che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.

Una rosa sbocciata in un chiarore di neve

si inquadra sul limite del giardino deserto.

 

 

Dalla sezione L’Eco

 

Poiesis

 

Poesia, diamante solitario

su altura di roccia

nell’abbagliante luce dell’idea,

oscurità di spelonca

nei penetrali di una profetica Pizia,

marea montante nella tragedia del vivere,

quiete di lago

nella pausa di logoranti tumulti,

mi accompagni a sera

quando l’ultimo volo scompare

nelle nebbie del nulla,

mi insegui nell’ambiguo volto

della notte

quando gli impulsi si attenuano

in un nero strato di mistero,

mi illudi e mi abbandoni

come un amante capriccioso,

fuggi su sponde inafferrabili

e ritorni come onda di mare

che si placa nel grembo dei primordi.

Rimbaud, divino fanciullo

ti sconvolse con forza primitiva

e spense la tua eco

nelle orme di lontane terre,

creatura intrisa di canto

che trascendi il tormento della pagina,

fiore inquieto di Elisi

senza peso.

 

*

 

Notturno pavesiano

 

                                    A Cesare Pavese

 

La luna se n’è andata per deserte vigne

nelle gole del Belbo

a rischiarare anfratti dell’anima

e ha sommerso rughe di colline

declinanti nel sonno geologico dei Titani.

Tu sei l’ancestrale folgorazione della poesia

che appena sfiora deserti di egoismo

nell’indifferenza del mondo,

o forse sei il bambino che piange

nella spelonca degli avi

e tenta di afferrare segreti spazi

su lontani mari del Sud.

Nell’ora senza ritorno

hai ammainato le vele

per rifugiarti nei sogni del nulla

e hai piegato alla tua inquieta volontà

il filo della Parca.

Forse percorrevi altri sentieri

più impervi e rapinosi

nella progressiva omologazione delle menti.

Eri uno scalatore solitario

su pareti di vento,

un musicista di parole

orchestrate nella durezza della terra,

nella voce sottile dei pioppi

sul finire della sera

quando i lampi di calore

svelano il volto lontano

di angeli caduti.

 

*

 

Le ore spente

 

                             Consolatio ad matrem

 

La fontana muore in un gorgo oscuro

nello smarrirsi della notte

sulla quiete del vento.

Scricchiolio di ghiaia

in un lievitare di passi

nelle lande dilatate del tempo.

Parole d’ombra corrono sui sentieri

della memoria.

Nella trasparenza cangiante del glicine

cerchi la nicchia delle tue soste

quando smemorata nel torpore

di un’ingannevole estate

scrutavi l’enigma di misteriosi segni

su un selciato di solitudine.

La casa filtra il vuoto

tra rovine di muri e morti suoni.

La tua voce incolore

si avvolge in un velo di nostalgia

sul limitare incerto di una veloce parabola

e trascina nel buio polvere

di ore spente.

L’arco del pendolo tocca astratti spazi

su invalicabili confini di lontananza.

Mormora la siepe

e si richiude in un brivido di smarrimento

in un’alba muta come un pallore

di nuvola.

 

*

 

Il rintocco

 

Nei fondali della memoria

si apre il tempo, bianco, metafisico

con ali vibranti,

occhi impenetrabili

in una macchia oscura

come l’enigma delle galassie.

Al capolinea del tempo

teorie di supplicanti sostano spaurite

alla sorgente della Giustizia

e crocifiggono il vuoto

con remoti richiami.

In un’ancestrale vertigine

schiudo i miei sensi,

vigili, sofferti nel bagliore della percezione

e migro leggera come foglia orfana

su sottili trame di luce.

Un sotterraneo rintocco

martellante nella spelonca del dolore

disegna impercettibili fili,

consunti legami

in un tremulo gioco di visioni

e sfiora l’impalpabile polvere

di irraggiungibili dimore.

 

*

 

Il giardino della baronessa

 

Una stella,

scheggia errante di universi perduti

trafigge il fogliame di un albero

nel giardino sospeso su specchi di memoria.

La voliera dorme in un sussulto d’ali

nell’ombra sgretolata del muro.

La torre incombe nella dissolvenza del glicine.

Dalla finestra dell’abbaino

bianco di sogno

un adolescente scruta magmatiche sfere,

cosmici incendi

nei liberi spazi della coscienza

e si avvia verso ardite costruzioni

di matematiche formule

in una compenetrazione siderale

rapinosa come la sua mente.

Intorno tutto si acquieta nel segno

di impercettibili passi.

Il telescopio punta lontano

oltre la barriera del suono

e si avvolge nel cerchio delle galassie.

Quel volto puro come un cammeo,

scomparso nell’Apocalisse della guerra,

mi perseguita nelle ore oscure

e solleva il lenzuolo dell’imponderabile.

 

*

 

La bisaccia

 

Andiamo sulla bianca spuma del mare

che ci avvolge come un liquido amniotico,

attraversiamo sabbie incandescenti

di deserti che inseguono spazi metafisici,

sfidiamo coltelli acuminati di roccia

nel brivido di invisibili scalate

e ci portiamo sulle spalle

la bisaccia dell’ebreo errante

nella geometria del mondo.

Nessun sasso può sopire la febbre

dell’inquietudine,

nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia

la sfuggente essenza del vivere.

Sospesi su estreme latitudini

ci muoviamo in ambiti circoscritti

e vorremmo afferrare il cielo con la mano,

creature dimezzate tra visioni angeliche

e opacità di quotidiani inferni.

Inseguiamo idoli dai volti ambigui

su traguardi inconsistenti

come fiocchi di neve racchiusa

in un’ampolla.

Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.

Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti

abbiamo perso lo slancio vitale

nella tragica pulsione della storia.

 

*

 

Nude dimore

 

Si insinua nelle vene un’increspatura di mare

su lidi deserti

arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.

Il silenzio sfiora l’onda

che pulsa inquieta

e si perde nelle distese del nulla.

Tu cammini controvento

con i pugni affondati nelle tasche

orfane di sogni

in un cappotto troppo largo

per l’esile traccia di un’esistenza smarrita,

lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti

nelle rovine di vaghi castelli

regolati da remote meridiane.

La bilancia delle ferite inferte e subite

oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.

Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti

in questa spiaggia di ciottoli

levigati da un incessante sciabordio.

Un foglio di giornale vola leggero

portando notizie di vicende senza suono.

Solitari fantasmi seguono il vagabondare

di una sottile malinconia.

L’aria cristallina sferza sagome incerte

prigioniere di nude dimore.

 

*

 

L’attimo

 

Nella notte errante su occhi addormentati

di comignoli

mi smarrisco nel remoto linguaggio

delle stelle,

ora fievole come soffio incorporeo,

ora incandescente come magma inquieto.

In queste pianure velate

da impenetrabili nebulose

cerco la chiave che apre il sigillo

dell’eternità.

Un brusio d’ombra galleggia nella leggerezza

del nulla,

un frammento astrale percorre oceani

di buio

e svanisce in una traiettoria di spazi.

Trema all’orizzonte un annuncio di chiarore

e si polverizza nella musica del cosmo.

 

*

 

L’inconsistenza dell’essere

 

Come fumo nell’aria

ho consumato il sapore della vita

ricreandomi in altro.

Su un crinale declinante

verso sconfinati oceani di sabbia

attendo l’angelo della notte.

La parola si fa silenzio

nelle grotte dell’indicibile

e si richiude in anfratti d’ombra

nella fisicità del mistero.

 

 

 

 

 

 

 

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sabato, 20 giugno 2009

Marcella Artusio Raspo-Quadranti del tempo

MARCELLA  ARTUSIO  RASPO

 

Da Quadranti del tempo, Genesi Editrice 2006

-I Gherigli- Collana di Poesia a cura di Sandro Gros-Pietro

 

 

La canicola

 

Alberi fermi nella canicola

attraversata da lievi fischi di rondoni

che si mimetizzano nel fogliame

come tenebrosi battiti.

Verso il faro della Maddalena

lampi di calore accendono l’aria

e spariscono nel nulla

per rinascere più lontano

gioco pirotecnico di fuochi fatui.

Rivedo le folgori di spente stagioni  

cadere nel vortice di magiche fantasie

sfrenate corse su smemorati dorsali

nell’incoscienza degli anni felici.

Compagni dal volto sfumato 

svaniscono su barriere di nebbia

nei calendari della vita.

L’amica dagli occhi luminosi nel sole

è fuggita da anni nel buio del silenzio

e talvolta nello sgretolarsi dell’estate

bussa alla mia porta in punta di piedi, senz’orma,

come sempre leggera e inafferrabile.

C’è un filo che vorrei spezzare

per ricongiungere il tutto,

il visibile e l’invisibile

nello specchio del cosmo,

ma la mano è incerta,

non afferra la cifra misteriosa

che sta dietro l’angolo,

beffarda e cangiante.

Oscillano i dadi su un tavolo

di furtive mosse

in una remota spiaggia.

 

*

 

La battigia

 

Sullo specchio della finestra 

dondolano i lumi

delle case alte della collina.

Il mare ondeggia inquieto.

Non voce d’uomo

né grido di uccello disperso.

Una stella cadente sfiora il ritmo del tempo.

Mi soffermo sulla battigia deserta

della mia solitudine

a interrogare infinite rotte

di pulsanti passioni

cancellate da una pioggia di cenere

su una linea di invisibili orizzonti.

In questa strana ora

marinai ridenti dal volto arso di salsedine

corteggiano ragazze dai capelli d’ombra,

scultoree nel vento.

Si sbiancano i lumi sulla collina

nell’agonia della notte.

Un peschereccio rompe il silenzio

e si perde in un barlume di spazio

anima leggera galleggiante su impercettibili segni.

Si dilatano i colori degli ombrelloni

in un abbraccio di trasparenze

sull’umido riflesso della sabbia.

Nello svelarsi del giorno

saettanti frotte di bambini

inseguono il multiforme capriccio della vita.

 

*

 

Il ragazzo di Charleville

 

Il ragazzo veggente

evoca la lampada di Aladino

in uno sfavillio di prodigiose visioni

sulla piazza di Charleville

gremita di maschere

nel grottesco intreccio della scena del mondo.

Rimbaud sogna gli abissi del peccato,

le ambiguità delle alcove negli spazi

di arroventate città,

negli ombelichi di marcescenti vicoli

dove il sentirsi soli è l’unica condizione umana

e dal baratro del vizio,

dai paradisi di nere gigantesse,

di ermafroditi sottomessi e scaltri

scala la parete di cristallo

che sfonda l’eterno e annulla i sensi.

La fiumara di Cassis pervade le sue vene

con rutilante fragore,

il profumo di suadenti fiori

avvolge la sua divina fantasia,

mostri alati volteggiano sul suo capo

nel tumulto dell’ispirazione.

Viene dall’ignoto e va verso l’ignoto.

Talvolta nelle notti di chiarore

intravedo questo inquieto fanciullo

varcare la soglia di ibride tentazioni

e sfociare come ardente lama

nel fuoco che purifica.

Forse Rimbaud è l’idea della purezza

che ci portiamo dentro nel fango della vita,

forse l’Eldorado lontano

come il miraggio di deserte latitudini

su bianche sabbie nei vapori dell’infinito.

 

*

 

Rivisitare Chagall

 

Cupole sfrangiate

d’antico,

arabeschi di guglie

nella nebbia che si lacera

in leggerezza di memoria.

Volano gli amanti

nella fantasia del vento

al vertice del sogno,

si dissolve l’intimo dissidio

in azzurra voce

di armonia.

Nel canto biblico

di accesi galli

un vecchio rugoso

come le ferite della terra

posa le mani

su un pane che si apre

in fuga di colomba.

Rabbrividisce la tela

inondata di soffio divino.

Un raggio di luce

attraversa il tremore

del tuo essere

e si colora di tenebra.

 

*

 

Albore di libertà

 

Capo Crues

nelle rocciose metamorfosi

di una deserta solitudine,

stracci di vita appesi al vento

negli albori della mente

tra scabri volti ombrati di vecchiaia.

Nelle calette abbandonate

concerto di grondaie.

Abbiamo reciso legami di pietra,

il confuso bazar di incrociati percorsi

nelle pagine di scucite ore

sulle orme di un’impenetrabile folla.

Immobili di fronte a un nudo mare

nella sfera di fuoco che trafigge

la brevità dei pensieri

ci teniamo per mano

come bambini impauriti

nell’azzurra fantasia

di attimi sottratti al dolore

in un volo impazzito di ali

sul vuoto dell’orizzonte.

Cadaqués assopita in oniriche visioni

rivive la follia di Dalì

nell’opacità del mondo.

 

*

 

L’Alhambra

 

Disegno nell’aria il tuo sorriso

esile come la rosa che si sta disfacendo

in un cielo di sangue

nel tremolio dei giardini dell’Alhambra.

Fontane e trasparenze di zampilli

graffiano la pietra umida di storia

nei delicati veli di donne

passate per sempre nel solco del tempo.

Un bambino cattura l’acqua

in un frangersi di specchi

stelle filanti nella malinconia

di un tramonto già lontano.

Il colibrì si affaccia alla vita

roteando follemente su una foglia di menta

vaporosa nell’obliquità delle sfere del giorno

prossime a cadere.

Ti guardo in controluce

nel timbro del guerriero stanco

felice accanto alla mia anima

profusa nell’inconscio di una antica giovinezza

immobile come l’Alhambra,

sfuggente come i sogni del mattino

nel profumo della rosa

alta sulla coppa dello stelo

guidata da un’invisibile mano

verso la fine di ogni creatura

nel respiro del tutto.

In una magica conca voci spezzate

idea di morte nel rinascere della notte

su palpitanti astri.

Ci incamminiamo smarriti sui sentieri del nulla.

 

*

 

Rivisitare Mozart

 

Nel buio si accende una scala musicale

e si allunga vertiginosa

verso il divino suono di Mozart.

Il fanciullo dalle ali d’oro

mima la vita in cascate d’acqua

nella luce dell’innocenza

in un rapimento di note

ancorate al mistero del tutto.

Rabbrividiscono i boschi,

le foglie respirano l’eterno,

le case nitide nel sole

riflettono i colori dell’anima

in un’azzurra metamorfosi.

Mozart cresce nel soffio di Dio,

nel lampo dell’intuizione,

terra e cielo in una panica simbiosi

di voci che sfiorano il sublime,

fragili nella traiettoria del volo

risveglio della natura e dell’uomo

che si libera del tragico macigno

a cui è legato.

Un frammento di Mozart evoca la palingenesi

dell’universo nella notte dei tempi,

su carovane di stelle assorte

nel tremolio di insondabili destini.

 

*

 

Il cerchio

 

Questa sera galleggio nella mia tristezza

come un paesaggio di Durer disseminato

di macerie e di diroccati castelli

visioni raccolte

nelle arroventate strade del mondo

che convergono al capolinea.

La macina con il cavallo cieco

gira in un arido recinto

nella monotona ripetitività del cerchio

e non si sente il soffio dell’angelo

che annuncia il cammino.

Nella casa del vento una candela accesa

si consuma in lacrime di cera

unica fiammata nel buio degli anni.

Una strana sera è questa sospesa

tra la voce stridente dei secoli

soffocati nella morsa delle passioni e dell’odio,

a tratti folgorati da raggi d’amore

che scalfisce la pietra

e un presente che si inchioda al futuro

su una linea di smarrimento.

Ci tradisce l’attesa, vana chimera

dalle livide occhiaie

nell’arrembaggio del vivere.

Avvolti da un lenzuolo di mistero

camminiamo su una lama d’acciaio

nella voragine delle ore

appena sfiorando l’altra parte di noi

che è essenza di tutti

nel rombante imbuto di ogni giorno.

 

*

 

La falce

 

                                                A mia madre,

 in un barlume di crepuscolo.

 

Il tuo sorriso di polvere

nella nuvola dei capelli

giunge da inesorabili rive

alle soglie del mio disincanto.

Te ne sei andata verso deserti di cenere

in un giorno di fine estate

quando si avverte nel tremore dell’aria

il mutamento della vita

nell’incertezza del domani

pietrificata nel pensiero

come una morsa di dolore

che attanaglia la gola e intenerisce il pianto.

Amavi il vento, il profilo delle colline

nella tersità dell’ora,

eri solare come un fiore di luce

in una parabola di energia

che coinvolge l’universo.

Talvolta contemplando i muti oggetti

della tua breve stagione,

la collana di perle inquietante

nella sua fissità,

la spilla che disegna nel vuoto una spirale,

l’anello vivo nella penombra della sera

penso alla fragilità dell’umano esistere

che non sopravvive ai desideri

e alla fiamma dell’amore.

Nell’enigma del tempo trascorri lieve

sull’inconsistenza di velate brume.

 

*

 

Il fiore della non violenza

 

Nelle albeggianti pianure della non violenza

orlate di fiumi che scorrono

verso la voce dell’oceano

sotto un albero di presagi

appare la magia di un uomo

esile come canna di bambù

ispirato nel silenzio del digiuno

dal grido dell’angelo

su deserti di morte.

Gandhi solleva i continenti

impietriti in un supino abbandono

nel magma di contrastanti rapine

e ci conduce nello splendore

dell’idea originaria

tra arboree chimere e liberi pascoli

nella calma di un’umanità vagante

sulla sintonia del giorno

rispecchiato negli astri della notte.

La sua ieratica figura si disperde

nel brusio della storia

attraversata da pesanti passi.

Scontiamo la biblica maledizione dell’Eden

nelle punte d’acciaio

di intelligenti ordigni

tra fameliche bocche dell’odio

grottesco Moloch su fili spinati

nel boomerang delle illusioni.

Folle di vinti segnano di piangenti croci

la spelonca del mondo.

 

*

 

Il bivio

 

Vivere la vita o pensare la vita?

Essere trascinati da un’orgiastica furia

nei gorghi del sangue che pulsa

come fiamma al vento

o sublimare i sensi nei torrenti

di acqua fresca,

negli squarci di cielo che al mattino

ancora terso ti accarezza lo sguardo

e illumina la leggerezza dei tuoi passi?

Amo la perfezione lucida come il diamante

e la notte intensa

nei suoi richiami maledetti

così umani nella lacerazione del mondo.

Amo il bambino nel suo inconsapevole slancio

e il vecchio rugoso, spento

nella sua desolazione di morte.

Mi sconvolge il grottesco impasto dell’animale

che è in noi

orfica spinta a salire la scala

di inafferrabili cieli

nei tortuosi meandri di un’incandescente sfera

che non ci appartiene,

avaro prestito concesso e negato

dalla cieca mano del caso.

Lucifero annegò la luce nelle tenebre

e rimase pietrificato nel gelo

della perdizione.

Musica strana la vita nell’orchestra dei suoni,

nel tragico salto in un fiume senza ritorno.

 

*

 

Rotazioni

 

Questo universo che mi porto dentro

trapunto di inestinguibili chiarori

dorme nelle pieghe del mistero

e riflette gli infiniti linguaggi

del silenzio.

Una stella trasmigra velocissima

e si spegne sul bordo della fontana.

L’acqua gorgoglia in uno stillicidio

di note musicali che sostano nell’aria tiepida

e si smorzano sul filo della coscienza.

Ruota l’asse terrestre e lambisce

una luna di rame bassa sui tetti

dove si allungano tremanti ombre

creature della notte.

E’ l’ora del raccoglimento

 in cui riconosci il tuo nascere

e il tuo morire,

l’ora della condivisione con l’Essere

che agita antenne di fuoco,

tangibile come accecante orma

nel palpitare del tempo.

In quest’ora che si sfoglia lentamente

verso le sponde dell’alba

ricerco sembianze svanite nel magma della vita

confuse su antiche traiettorie

nelle ferite della memoria che si perdono

nella voragine di giorni bendati.

Incombe l’universo con magnetismo di sfinge

nella scia di sperduti attimi.

 

*

 

I giardini della memoria

 

Sul balcone del cielo

ho visto passare uno stuolo di anni

pellegrini avvolti nel saio

del dolore e dell’assenza.

Lentamente chiudo le persiane

ombra del mio silenzio

e mi assopisco nell’oscuro respiro del mondo

in un ondeggiare di muti fantasmi.

Domani coglierò inconsistenti fiori

nei giardini della memoria.

 

*

 

La leggerezza della polvere

 

La vita è un libro di sogni

tra sconfinati enigmi,

luccichio di lama nel solco

di brevi amori,

Sirena di estreme spiagge

su mari oltremondani.

In questa dinamica del tempo

scandita dal rintocco dell’ora

ti consumi come fioca memoria

e ancora rinasci per disperderti

nella leggerezza della polvere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dubai

postato da: flymoon alle ore 09:29 | link | commenti
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domenica, 14 giugno 2009

Ho appena aperto un mio sito personale, se vuoi dargli un'occhiata

www.webalice.it/felser41

 

 

postato da: flymoon alle ore 13:32 | link | commenti
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sabato, 06 giugno 2009

commento di G. Luongo Bartolini

Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.

La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.

Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”

La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.

 

Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.

 

Giuseppina Luongo Bartolini

 

24 maggio 2009 [lettera privata]

postato da: flymoon alle ore 09:08 | link | commenti
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