Da Prova d’orchestra –
Bastogi Editrice Italiana, 2002
Dalla sezione Il Magma
Una patetica coccarda a pois,
lo sguardo attonito
in un reticolato di rughe infarinate,
mima lentamente il dolore della vita
come un fantoccio di gomma
dimenticato su un piedistallo
di figure grottesche sfumate
in un evanescente sorriso.
Teorie di spettatori fluiscono
e migrano in un velo di solitudine
su marciapiedi di alienata fissità.
Ai bordi della piazza
un’orchestrina ritma malinconicamente
una fuga di note
in una ossessiva ripetitività di gesti.
Il mezzogiorno incombe crudele
e lambisce storie già lontane
in un incastro di muri
persi nel logorio di ore vuote.
La nuvola di una sigaretta
scherma una silhouette di adolescente acerbità
e si perde in un’assorta trasparenza.
*
Come nei ritratti espressionistici
deformati da appetiti insaziabili
ho visto i consanguinei spolpare l’osso
sino al midollo
in un feroce delirio di istinti tribali,
oscurantismo di massa
coperto dalla viscida maschera dell’ipocrisia
nella Babele dei consumi.
Caino depreda Abele
prima di condurlo ai campi
dove pascolano i lupi
incancreniti dalla febbre dell’oro.
Branchi accecati dall’orgia del potere
vestono i rigorosi abiti del perbenismo
con volti lividi, bocche spalancate
e sguardi taglienti
ammantati di tollerante benevolenza.
Cristo salì sul Golgota
per la salvezza degli uomini,
ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità
e spazza via l’eco dell’estremo sacrificio.
La Rozza Bestia si aggira sulle rovine
Di turrite mura
E irradia il fuoco della violenza.
Il fiore dei campi aperti
a stento cerca un varco nella spaccatura
di un’arida terra
e respira di nuda luce nel deserto delle parole.
Si consuma nel marchio originale
il rito quotidiano della follia.
*
I camaleonti
Si mimetizzano come lucertoloni al sole
nell’essiccarsi dell’anima
e strisciano nelle quinte polverose
di un teatro di maschere tragicomiche
immiserite da un vaniloquente copione.
Si arrampicano sui palazzi di vetro
di un onnipotente dio,
truculento Mammona dalle cadenti mascelle
su un trono d’oro
ricoperto di serpentini orpelli
nel luccichio del mondo.
Scalano solitarie cattedrali
sulle aride colline del martirio
e brandiscono simboli
grondanti sangue e abbandono
come spade fiammeggianti
di luminosi messaggi.
Si insinuano nei labirintici corridoi
dei castelli di carta delle umane sorti
e creano mostri di ambiguità
vaganti nel deserto delle idee.
Su scoscesi versanti visionari profeti
puntellano frammenti di rovine
sparse sui selciati della desolazione
e dolenti figli della terra
scavano il solco della sopravvivenza
tra fragili radici di catartiche pulsioni.
*
Un lavorio di stelle
magma incandescente nell’abisso del cosmo
regolato da invisibili fili,
fucina di Vulcano
nel vorticoso roteare di atomi intelligenti
affatica la materia e risucchia il mio essere
nella ciclicità di velate stagioni
scomparse su orizzonti di fuoco.
L’eco di lontanissime esplosioni
rimbomba nei cimiteri del nulla
e giunge attutita e buia
sulle sponde insanguinate
di questo inquieto pianeta
fiore del male
imputridito dalla cecità dell’odio
nella mostruosa solitudine
di nani e pigmei
stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,
polvere del deserto
nelle fumanti macerie del pensiero
oscurato da voraci tarli.
Lucrezio, voce ancestrale della poesia
armonizzò il caos
nella folgorante lucentezza del verso,
nell’eterno flusso della parola.
Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,
creature senz’anima
in un’intricata foresta di richiami
dal timbro stonato,
vuoto come pietra tombale
e trasvoliamo velocissimi
verso una linea siderale e fredda
che ci uniforma e ci accomuna.
Il pianto delle madri
nudo in neri velami
si eleva invano nella cavità dell’enigma
e sfiorisce in lontananza
nelle pianure del dolore.
*
Statue sulfuree nello specchio lunare
guardano ambigue la piazza deserta
immersa nel bianco sonno invernale.
Un gatto scala i tetti
e sparisce nel nerofumo di un abbaino
in un flebile miagolio
indistinta voce della notte.
In lontananza sfreccia la leggerezza
di veloci sogni.
La città ci avvolge in una magica fissità,
pallido enigma
nei segreti di provvisorie vibrazioni.
Ti cerco in queste brume
che velano la dolcezza del tuo sguardo
nel furtivo sorriso
di un volto sofferto.
Ci amiamo nella solitudine
di vite intrecciate e spaurite
ignari dell’insondabile velo del destino.
Un verso querulo
nascosto tra il fogliame
giunge fino a noi
attutito dall’eco del tempo.
I palazzi dormono
nella fosforescenza del silenzio.
*
Occhi di stelle nella vertigine del cosmo
spiano da remote lontananze
il mormorio della notte.
Crepitio di foglia sul vetro terso
della finestra
nella bianca corsia dell’inverno.
Sul viale rami spogliati dalla rapina
del gelo
si aprono come croci sospese
su un’attesa di redenzione.
Tutto tace.
La città si avvolge nei suoi silenzi,
nelle sue penombre di tristezza.
Negli ospedali fruscio di morte
su asettiche pareti.
Sguardi febbrili si spengono nel buio
sul filo dell’estremo traguardo.
Un bambino nasce, fiore purpureo
e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi
calpestati dai passi dell’alba.
Nell’isolamento della mia camera
ascolto il ritmo del tempo
dileguarsi nelle caverne del nulla
fragile voce nello stupore di velate piazze,
di palazzi addormentati
dischiusi ai segreti di incompiute parole.
Odore di neve negli inconsci labirinti
di estenuate veglie.
*
Inquietudine
Si è chetato il vento.
Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo
dei lampioni,
i tetti riverberano la pioggia lunare
nella calma del mistero.
Odo voci lontane, disperse, frantumate,
voci di delirio,
di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,
voci di donne vendute,
di coscienze rubate
nel dedalo di vie che si interrompono
dove la striscia dell’alba ingoia ombre incerte
di esistenze giocate sull’estro di una cieca fortuna.
Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,
ascolto il fruscio della notte
che fugge lontana verso cosmiche risonanze
nell’uniformità delle ore.
Cerco la tua mano nel buio dell’attesa
e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,
lieve come l’azzurra musica dei cieli
che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.
Una rosa sbocciata in un chiarore di neve
si inquadra sul limite del giardino deserto.
Poesia, diamante solitario
su altura di roccia
nell’abbagliante luce dell’idea,
oscurità di spelonca
nei penetrali di una profetica Pizia,
marea montante nella tragedia del vivere,
quiete di lago
nella pausa di logoranti tumulti,
mi accompagni a sera
quando l’ultimo volo scompare
nelle nebbie del nulla,
mi insegui nell’ambiguo volto
della notte
quando gli impulsi si attenuano
in un nero strato di mistero,
mi illudi e mi abbandoni
come un amante capriccioso,
fuggi su sponde inafferrabili
e ritorni come onda di mare
che si placa nel grembo dei primordi.
Rimbaud, divino fanciullo
ti sconvolse con forza primitiva
e spense la tua eco
nelle orme di lontane terre,
creatura intrisa di canto
che trascendi il tormento della pagina,
fiore inquieto di Elisi
senza peso.
*
A Cesare Pavese
La luna se n’è andata per deserte vigne
nelle gole del Belbo
a rischiarare anfratti dell’anima
e ha sommerso rughe di colline
declinanti nel sonno geologico dei Titani.
Tu sei l’ancestrale folgorazione della poesia
che appena sfiora deserti di egoismo
nell’indifferenza del mondo,
o forse sei il bambino che piange
nella spelonca degli avi
e tenta di afferrare segreti spazi
su lontani mari del Sud.
Nell’ora senza ritorno
hai ammainato le vele
per rifugiarti nei sogni del nulla
e hai piegato alla tua inquieta volontà
il filo della Parca.
Forse percorrevi altri sentieri
più impervi e rapinosi
nella progressiva omologazione delle menti.
Eri uno scalatore solitario
su pareti di vento,
un musicista di parole
orchestrate nella durezza della terra,
nella voce sottile dei pioppi
sul finire della sera
quando i lampi di calore
svelano il volto lontano
di angeli caduti.
*
Consolatio ad matrem
La fontana muore in un gorgo oscuro
nello smarrirsi della notte
sulla quiete del vento.
Scricchiolio di ghiaia
in un lievitare di passi
nelle lande dilatate del tempo.
Parole d’ombra corrono sui sentieri
della memoria.
Nella trasparenza cangiante del glicine
cerchi la nicchia delle tue soste
quando smemorata nel torpore
di un’ingannevole estate
scrutavi l’enigma di misteriosi segni
su un selciato di solitudine.
La casa filtra il vuoto
tra rovine di muri e morti suoni.
La tua voce incolore
si avvolge in un velo di nostalgia
sul limitare incerto di una veloce parabola
e trascina nel buio polvere
di ore spente.
L’arco del pendolo tocca astratti spazi
su invalicabili confini di lontananza.
Mormora la siepe
e si richiude in un brivido di smarrimento
in un’alba muta come un pallore
di nuvola.
*
Nei fondali della memoria
si apre il tempo, bianco, metafisico
con ali vibranti,
occhi impenetrabili
in una macchia oscura
come l’enigma delle galassie.
Al capolinea del tempo
teorie di supplicanti sostano spaurite
alla sorgente della Giustizia
e crocifiggono il vuoto
con remoti richiami.
In un’ancestrale vertigine
schiudo i miei sensi,
vigili, sofferti nel bagliore della percezione
e migro leggera come foglia orfana
su sottili trame di luce.
Un sotterraneo rintocco
martellante nella spelonca del dolore
disegna impercettibili fili,
consunti legami
in un tremulo gioco di visioni
e sfiora l’impalpabile polvere
di irraggiungibili dimore.
*
Una stella,
scheggia errante di universi perduti
trafigge il fogliame di un albero
nel giardino sospeso su specchi di memoria.
La voliera dorme in un sussulto d’ali
nell’ombra sgretolata del muro.
La torre incombe nella dissolvenza del glicine.
Dalla finestra dell’abbaino
bianco di sogno
un adolescente scruta magmatiche sfere,
cosmici incendi
nei liberi spazi della coscienza
e si avvia verso ardite costruzioni
di matematiche formule
in una compenetrazione siderale
rapinosa come la sua mente.
Intorno tutto si acquieta nel segno
di impercettibili passi.
Il telescopio punta lontano
oltre la barriera del suono
e si avvolge nel cerchio delle galassie.
Quel volto puro come un cammeo,
scomparso nell’Apocalisse della guerra,
mi perseguita nelle ore oscure
e solleva il lenzuolo dell’imponderabile.
*
Andiamo sulla bianca spuma del mare
che ci avvolge come un liquido amniotico,
attraversiamo sabbie incandescenti
di deserti che inseguono spazi metafisici,
sfidiamo coltelli acuminati di roccia
nel brivido di invisibili scalate
e ci portiamo sulle spalle
la bisaccia dell’ebreo errante
nella geometria del mondo.
Nessun sasso può sopire la febbre
dell’inquietudine,
nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia
la sfuggente essenza del vivere.
Sospesi su estreme latitudini
ci muoviamo in ambiti circoscritti
e vorremmo afferrare il cielo con la mano,
creature dimezzate tra visioni angeliche
e opacità di quotidiani inferni.
Inseguiamo idoli dai volti ambigui
su traguardi inconsistenti
come fiocchi di neve racchiusa
in un’ampolla.
Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.
Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti
abbiamo perso lo slancio vitale
nella tragica pulsione della storia.
*
Nude dimore
Si insinua nelle vene un’increspatura di mare
su lidi deserti
arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.
Il silenzio sfiora l’onda
che pulsa inquieta
e si perde nelle distese del nulla.
Tu cammini controvento
con i pugni affondati nelle tasche
orfane di sogni
in un cappotto troppo largo
per l’esile traccia di un’esistenza smarrita,
lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti
nelle rovine di vaghi castelli
regolati da remote meridiane.
La bilancia delle ferite inferte e subite
oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.
Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti
in questa spiaggia di ciottoli
levigati da un incessante sciabordio.
Un foglio di giornale vola leggero
portando notizie di vicende senza suono.
Solitari fantasmi seguono il vagabondare
di una sottile malinconia.
L’aria cristallina sferza sagome incerte
prigioniere di nude dimore.
*
Nella notte errante su occhi addormentati
di comignoli
mi smarrisco nel remoto linguaggio
delle stelle,
ora fievole come soffio incorporeo,
ora incandescente come magma inquieto.
In queste pianure velate
da impenetrabili nebulose
cerco la chiave che apre il sigillo
dell’eternità.
Un brusio d’ombra galleggia nella leggerezza
del nulla,
un frammento astrale percorre oceani
di buio
e svanisce in una traiettoria di spazi.
Trema all’orizzonte un annuncio di chiarore
e si polverizza nella musica del cosmo.
*
Come fumo nell’aria
ho consumato il sapore della vita
ricreandomi in altro.
Su un crinale declinante
verso sconfinati oceani di sabbia
attendo l’angelo della notte.
La parola si fa silenzio
nelle grotte dell’indicibile
e si richiude in anfratti d’ombra
nella fisicità del mistero.
Da Quadranti del tempo, Genesi Editrice 2006
-I Gherigli- Collana di Poesia a cura di Sandro Gros-Pietro
attraversata da lievi fischi di rondoni
che si mimetizzano nel fogliame
come tenebrosi battiti.
Verso il faro della Maddalena
lampi di calore accendono l’aria
e spariscono nel nulla
per rinascere più lontano
gioco pirotecnico di fuochi fatui.
Rivedo le folgori di spente stagioni
cadere nel vortice di magiche fantasie
sfrenate corse su smemorati dorsali
nell’incoscienza degli anni felici.
Compagni dal volto sfumato
svaniscono su barriere di nebbia
nei calendari della vita.
L’amica dagli occhi luminosi nel sole
è fuggita da anni nel buio del silenzio
e talvolta nello sgretolarsi dell’estate
bussa alla mia porta in punta di piedi, senz’orma,
come sempre leggera e inafferrabile.
C’è un filo che vorrei spezzare
per ricongiungere il tutto,
il visibile e l’invisibile
nello specchio del cosmo,
ma la mano è incerta,
non afferra la cifra misteriosa
che sta dietro l’angolo,
beffarda e cangiante.
Oscillano i dadi su un tavolo
di furtive mosse
in una remota spiaggia.
*
Sullo specchio della finestra
dondolano i lumi
delle case alte della collina.
Il mare ondeggia inquieto.
Non voce d’uomo
né grido di uccello disperso.
Una stella cadente sfiora il ritmo del tempo.
Mi soffermo sulla battigia deserta
della mia solitudine
a interrogare infinite rotte
di pulsanti passioni
cancellate da una pioggia di cenere
su una linea di invisibili orizzonti.
In questa strana ora
marinai ridenti dal volto arso di salsedine
corteggiano ragazze dai capelli d’ombra,
scultoree nel vento.
Si sbiancano i lumi sulla collina
nell’agonia della notte.
Un peschereccio rompe il silenzio
e si perde in un barlume di spazio
anima leggera galleggiante su impercettibili segni.
Si dilatano i colori degli ombrelloni
in un abbraccio di trasparenze
sull’umido riflesso della sabbia.
Nello svelarsi del giorno
saettanti frotte di bambini
inseguono il multiforme capriccio della vita.
*
Il ragazzo veggente
evoca la lampada di Aladino
in uno sfavillio di prodigiose visioni
sulla piazza di Charleville
gremita di maschere
nel grottesco intreccio della scena del mondo.
Rimbaud sogna gli abissi del peccato,
le ambiguità delle alcove negli spazi
di arroventate città,
negli ombelichi di marcescenti vicoli
dove il sentirsi soli è l’unica condizione umana
e dal baratro del vizio,
dai paradisi di nere gigantesse,
di ermafroditi sottomessi e scaltri
scala la parete di cristallo
che sfonda l’eterno e annulla i sensi.
La fiumara di Cassis pervade le sue vene
con rutilante fragore,
il profumo di suadenti fiori
avvolge la sua divina fantasia,
mostri alati volteggiano sul suo capo
nel tumulto dell’ispirazione.
Viene dall’ignoto e va verso l’ignoto.
Talvolta nelle notti di chiarore
intravedo questo inquieto fanciullo
varcare la soglia di ibride tentazioni
e sfociare come ardente lama
nel fuoco che purifica.
Forse Rimbaud è l’idea della purezza
che ci portiamo dentro nel fango della vita,
forse l’Eldorado lontano
come il miraggio di deserte latitudini
su bianche sabbie nei vapori dell’infinito.
*
Cupole sfrangiate
d’antico,
arabeschi di guglie
nella nebbia che si lacera
in leggerezza di memoria.
Volano gli amanti
nella fantasia del vento
al vertice del sogno,
si dissolve l’intimo dissidio
in azzurra voce
di armonia.
Nel canto biblico
di accesi galli
un vecchio rugoso
come le ferite della terra
posa le mani
su un pane che si apre
in fuga di colomba.
Rabbrividisce la tela
inondata di soffio divino.
Un raggio di luce
attraversa il tremore
del tuo essere
e si colora di tenebra.
*
Capo Crues
nelle rocciose metamorfosi
di una deserta solitudine,
stracci di vita appesi al vento
negli albori della mente
tra scabri volti ombrati di vecchiaia.
Nelle calette abbandonate
concerto di grondaie.
Abbiamo reciso legami di pietra,
il confuso bazar di incrociati percorsi
nelle pagine di scucite ore
sulle orme di un’impenetrabile folla.
Immobili di fronte a un nudo mare
nella sfera di fuoco che trafigge
la brevità dei pensieri
ci teniamo per mano
come bambini impauriti
nell’azzurra fantasia
di attimi sottratti al dolore
in un volo impazzito di ali
sul vuoto dell’orizzonte.
Cadaqués assopita in oniriche visioni
rivive la follia di Dalì
nell’opacità del mondo.
*
Disegno nell’aria il tuo sorriso
esile come la rosa che si sta disfacendo
in un cielo di sangue
nel tremolio dei giardini dell’Alhambra.
Fontane e trasparenze di zampilli
graffiano la pietra umida di storia
nei delicati veli di donne
passate per sempre nel solco del tempo.
Un bambino cattura l’acqua
in un frangersi di specchi
stelle filanti nella malinconia
di un tramonto già lontano.
Il colibrì si affaccia alla vita
roteando follemente su una foglia di menta
vaporosa nell’obliquità delle sfere del giorno
prossime a cadere.
Ti guardo in controluce
nel timbro del guerriero stanco
felice accanto alla mia anima
profusa nell’inconscio di una antica giovinezza
immobile come l’Alhambra,
sfuggente come i sogni del mattino
nel profumo della rosa
alta sulla coppa dello stelo
guidata da un’invisibile mano
verso la fine di ogni creatura
nel respiro del tutto.
In una magica conca voci spezzate
idea di morte nel rinascere della notte
su palpitanti astri.
Ci incamminiamo smarriti sui sentieri del nulla.
*
Rivisitare Mozart
Nel buio si accende una scala musicale
e si allunga vertiginosa
verso il divino suono di Mozart.
Il fanciullo dalle ali d’oro
mima la vita in cascate d’acqua
nella luce dell’innocenza
in un rapimento di note
ancorate al mistero del tutto.
Rabbrividiscono i boschi,
le foglie respirano l’eterno,
le case nitide nel sole
riflettono i colori dell’anima
in un’azzurra metamorfosi.
Mozart cresce nel soffio di Dio,
nel lampo dell’intuizione,
terra e cielo in una panica simbiosi
di voci che sfiorano il sublime,
fragili nella traiettoria del volo
risveglio della natura e dell’uomo
che si libera del tragico macigno
a cui è legato.
Un frammento di Mozart evoca la palingenesi
dell’universo nella notte dei tempi,
su carovane di stelle assorte
nel tremolio di insondabili destini.
*
Questa sera galleggio nella mia tristezza
come un paesaggio di Durer disseminato
di macerie e di diroccati castelli
visioni raccolte
nelle arroventate strade del mondo
che convergono al capolinea.
La macina con il cavallo cieco
gira in un arido recinto
nella monotona ripetitività del cerchio
e non si sente il soffio dell’angelo
che annuncia il cammino.
Nella casa del vento una candela accesa
si consuma in lacrime di cera
unica fiammata nel buio degli anni.
Una strana sera è questa sospesa
tra la voce stridente dei secoli
soffocati nella morsa delle passioni e dell’odio,
a tratti folgorati da raggi d’amore
che scalfisce la pietra
e un presente che si inchioda al futuro
su una linea di smarrimento.
Ci tradisce l’attesa, vana chimera
dalle livide occhiaie
nell’arrembaggio del vivere.
Avvolti da un lenzuolo di mistero
camminiamo su una lama d’acciaio
nella voragine delle ore
appena sfiorando l’altra parte di noi
che è essenza di tutti
nel rombante imbuto di ogni giorno.
*
A mia madre,
in un barlume di crepuscolo.
Il tuo sorriso di polvere
nella nuvola dei capelli
giunge da inesorabili rive
alle soglie del mio disincanto.
Te ne sei andata verso deserti di cenere
in un giorno di fine estate
quando si avverte nel tremore dell’aria
il mutamento della vita
nell’incertezza del domani
pietrificata nel pensiero
come una morsa di dolore
che attanaglia la gola e intenerisce il pianto.
Amavi il vento, il profilo delle colline
nella tersità dell’ora,
eri solare come un fiore di luce
in una parabola di energia
che coinvolge l’universo.
Talvolta contemplando i muti oggetti
della tua breve stagione,
la collana di perle inquietante
nella sua fissità,
la spilla che disegna nel vuoto una spirale,
l’anello vivo nella penombra della sera
penso alla fragilità dell’umano esistere
che non sopravvive ai desideri
e alla fiamma dell’amore.
Nell’enigma del tempo trascorri lieve
sull’inconsistenza di velate brume.
*
Nelle albeggianti pianure della non violenza
orlate di fiumi che scorrono
verso la voce dell’oceano
sotto un albero di presagi
appare la magia di un uomo
esile come canna di bambù
ispirato nel silenzio del digiuno
dal grido dell’angelo
su deserti di morte.
Gandhi solleva i continenti
impietriti in un supino abbandono
nel magma di contrastanti rapine
e ci conduce nello splendore
dell’idea originaria
tra arboree chimere e liberi pascoli
nella calma di un’umanità vagante
sulla sintonia del giorno
rispecchiato negli astri della notte.
La sua ieratica figura si disperde
nel brusio della storia
attraversata da pesanti passi.
Scontiamo la biblica maledizione dell’Eden
nelle punte d’acciaio
di intelligenti ordigni
tra fameliche bocche dell’odio
grottesco Moloch su fili spinati
nel boomerang delle illusioni.
Folle di vinti segnano di piangenti croci
la spelonca del mondo.
*
Il bivio
Vivere la vita o pensare la vita?
Essere trascinati da un’orgiastica furia
nei gorghi del sangue che pulsa
come fiamma al vento
o sublimare i sensi nei torrenti
di acqua fresca,
negli squarci di cielo che al mattino
ancora terso ti accarezza lo sguardo
e illumina la leggerezza dei tuoi passi?
Amo la perfezione lucida come il diamante
e la notte intensa
nei suoi richiami maledetti
così umani nella lacerazione del mondo.
Amo il bambino nel suo inconsapevole slancio
e il vecchio rugoso, spento
nella sua desolazione di morte.
Mi sconvolge il grottesco impasto dell’animale
che è in noi
orfica spinta a salire la scala
di inafferrabili cieli
nei tortuosi meandri di un’incandescente sfera
che non ci appartiene,
avaro prestito concesso e negato
dalla cieca mano del caso.
Lucifero annegò la luce nelle tenebre
e rimase pietrificato nel gelo
della perdizione.
Musica strana la vita nell’orchestra dei suoni,
nel tragico salto in un fiume senza ritorno.
*
Questo universo che mi porto dentro
trapunto di inestinguibili chiarori
dorme nelle pieghe del mistero
e riflette gli infiniti linguaggi
del silenzio.
Una stella trasmigra velocissima
e si spegne sul bordo della fontana.
L’acqua gorgoglia in uno stillicidio
di note musicali che sostano nell’aria tiepida
e si smorzano sul filo della coscienza.
Ruota l’asse terrestre e lambisce
una luna di rame bassa sui tetti
dove si allungano tremanti ombre
creature della notte.
E’ l’ora del raccoglimento
in cui riconosci il tuo nascere
e il tuo morire,
l’ora della condivisione con l’Essere
che agita antenne di fuoco,
tangibile come accecante orma
nel palpitare del tempo.
In quest’ora che si sfoglia lentamente
verso le sponde dell’alba
ricerco sembianze svanite nel magma della vita
confuse su antiche traiettorie
nelle ferite della memoria che si perdono
nella voragine di giorni bendati.
Incombe l’universo con magnetismo di sfinge
nella scia di sperduti attimi.
*
Sul balcone del cielo
ho visto passare uno stuolo di anni
pellegrini avvolti nel saio
del dolore e dell’assenza.
Lentamente chiudo le persiane
ombra del mio silenzio
e mi assopisco nell’oscuro respiro del mondo
in un ondeggiare di muti fantasmi.
Domani coglierò inconsistenti fiori
nei giardini della memoria.
*
La vita è un libro di sogni
tra sconfinati enigmi,
luccichio di lama nel solco
di brevi amori,
Sirena di estreme spiagge
su mari oltremondani.
In questa dinamica del tempo
scandita dal rintocco dell’ora
ti consumi come fioca memoria
e ancora rinasci per disperderti
nella leggerezza della polvere.
Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.
Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.
Giuseppina Luongo Bartolini
24 maggio 2009 [lettera privata]